C'è un momento, in ogni famiglia, in cui il tempo smette di essere un alleato e diventa un nemico. Lo si capisce dal lessico: «non c'è tempo», «sono di corsa», «dopo», «più tardi». È una frase che si sente ripetere ovunque, anche nei momenti di festa e quotidianamente . E la risposta più radicale che si possa dare oggi è fermarsi. «Cento giorni insieme. Laboratori esperienziali e una vita slow: per una pedagogia della lentezza» è un libro piccolo, quasi fragile, scritto a quattro mani da Stefano De Vecchi e da suo figlio Tommaso, nove anni. Ed è proprio questa fragilità a renderlo incisivo chiaro, diretto. I cento giorni del titolo sono quelli sospesi, quelli dell'estate, fra giugno come fine della scuola e settembre per la sua ripresa. Sì, dalla campanella di giugno a quella di settembre. Un tempo che per molti genitori è un problema logistico da risolvere tra centri estivi, nonni da contattare, sport e incastri impossibili. Qui, fra queste pagine, vengono trasformati in un laboratorio continuo e di sperimentazione. Non in un progetto educativo calato dall'alto, ma in un tempo del fare condiviso: piantare, smielare, fare il formaggio in valle, montare una tenda al lago, sporcarsi le mani con la pratica del fare. Sì, la tesi è scomoda perché è semplice, chiara, immediata. Abbiamo confuso la genitorialità con la performance. Più attività, più stimoli, più corsi, più inglese, più sport. Invece ai figli servirebbe meno, la pedagogia non è sempre e solo dare, ma togliere, assaporando il gusto e il gesto lento, sperimentando il condividere, lo stare insieme. Servirebbe un padre che non ha paura di annoiarsi con loro. Che non deve intrattenerli, ma stare con loro. «La famiglia», scrive De Vecchi, «è in debito di ossigeno: respiriamo male anche quando siamo in festa, perché la testa è già a domani.» La orza del libro sta tutta qui, nel rovesciamento dei ruoli. Tommaso non è l'oggetto dell'esperimento pedagogico, è coautore, attivo, protagonista. Scrive, disegna, commenta, si annoia, si entusiasma. Porta il suo sguardo di bambino che non vuole un padre perfetto, vuole un padre presente. E il padre ha il coraggio di mettersi a nudo: racconta quando ha fallito, quando la frenesia ha preso il sopravvento, quando anche lui è caduto nel tetris soffocante degli incastri familiari. No, non è un manuale con i dieci trucchi per essere un buon genitore. Non ci sono elenchi, non ci sono metodi. C'è una pratica antica che abbiamo dimenticato: la pedagogia della lentezza. Che non significa fare le cose piano, significa farle con presenza. Qui e ora. Prendersi cura del tempo presente invece di ipotecarlo sempre in un futuro tutto da scrivere. In un panorama editoriale pieno di esperti che spiegano ai genitori cosa sbagliano, «Cento giorni insieme» fa una cosa diversa, insolita: non giudica, mostra. Mostra che si può ancora costruire un'educazione con le mani, con l'orto, con il miele, con l'attesa. Mostra che un bambino di nove anni può essere autore e non solo destinatario. È un libro che non urla. E proprio per questo, in un mondo che urla sempre, si fa sentire.
«Alberto Cristofori: tradurre un testo è un'arte complessa»
di Stefano De Vecchi