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«Oblomov era un facinoroso»

«Oblomov era un facinoroso»

recensione
4 mag 2026 5 min
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Glimmo.it questa settimana accoglie la recensione di un nuovo amico dei libri: Michele Radaelli. Con lui ci addentriamo in un testo particolarmente interessante di Ivan Aleksandrovich Gončarov anche grazie a un'analisi attenta e accurata dei personaggi nonché il loro significato e le loro caratterizzazioni. Facciamoci quindi sedurre da questo nuovo testo di questo autore russo e dalle parole di Michele.

Ho finito di leggere Oblomov tre giorni fa. È il più famoso romanzo di Ivan Aleksandrovich Gončarov. Pubblicato nel 1859, arrivò in Italia solo nel 1933. Un secolo e mezzo non l’ha reso desueto. Anzi, diventa sempre più attuale. Dovrebbe parlare di pigrizia rurale almeno questa era l’intenzione di Gončarov. Ho iniziato con questa impostazione, ma, tra una pagina e l'altra, il protagonista ha cambiato forma. Il’ja Il'ič Oblómov è pigro, certo. Ma questa pigrizia sembra consapevole. Tra i rimproveri subiti e quelli inflitti, vive qualcosa che gli altri non ammettono. Gončarov stesso era nel mezzo. Inconsciamente ha sviluppato un personaggio negativo a cui si è affezionato, come se in fondo fosse un eroe, ruolo che teoricamente avrebbe Stoltz, l'amico tedesco-russo, energico e fattivo. Quest’ultimo propone, viaggia, produce. Va in Europa, fa affari, non si spreca. Il lettore ottocentesco lo ammirava. Era lo spirito del tempo. Ma ciò che Stoltz fa è positivo a prescindere? Non sappiamo nemmeno di che affari si occupi. Il romanzo non lo specifica. L'attivismo di Stoltz non ha contenuto, solo movimento. Si sa dove va, ma il motivo non è mai chiaro. Sembra mosso dalla voglia di realizzarsi senza farsi domande. Vede il bene in Oblomov, ma non lo comprende. Stoltz è la modernità che si autogiustifica: produce perché il fine è produrre. Oblomov sta fermo. Non esce dalla stanza, non si alza dal divano, nelle ultime pagine non esce quasi dal letto. Rimanda. Non sposa la donna che ama, non gestisce i propri possedimenti, non fa carriera. Tutti intorno a lui accelerano verso il progresso. Lui no. Ha rinunciato, è chiaro. Ma non è un uomo che ignora ciò che lo circonda. Oblomov ha fatto parte degli ingranaggi e ha scelto di non mettersi al loro servizio. Per paura, sì, ma la paura è meccanismo fondamentale per gli esseri viventi. Questo non rende la sua scelta eroica o intellettuale. È semplice. Non per questo sbagliata. Ha una resistenza che Stoltz non ha. Il progresso non sa dove sta andando, pensa solo alla velocità con cui ci sta andando. E non basta mai. Questa dicotomia la vedo anche a scuola. Non necessariamente dove lavoro. La mia scuola sa il fatto suo, ma nella scuola in generale un problema c’è. L’ennesimo specchio della società. C’è chi viene considerato lento, inadeguato, perfino fuori tempo. Come Oblomov. Ma il ritmo non è un elemento alla base dell'esistenza. È dato dalla politica, a sua volta influenzata dall'economia, che ha bisogno di efficienza. Quella norma che dà la “normalità” non è verità assoluta. Il rapporto col tempo cambia: cambia nelle epoche, cambia nelle persone. Non è per forza orientato alla performance futura. Oblomov ha un rapporto col tempo che assomiglia a quello di chi non sta ai ritmi scolastici. Anche lui viene considerato un problema da risolvere. Un problema per chi? C'è poi Agafya, la donna semplice che finisce per prendersi cura di Oblomov. Il romanzo la tratta con condiscendenza, ma è un personaggio interessante. Ha aspirazioni semplici e le raggiunge quotidianamente. Potrebbe avere di più, la sua realizzazione è inferiore a quella possibile, ma trova la felicità con facilità. Agafya non è un ripiego, un succedaneo della donna che Oblomov aveva amato. Non è questione di esaltare la povertà intellettuale. Amo pensare e invidio chi pensa bene. Ma la pacatezza di Agafya, la sua capacità di soddisfarsi prendendosi cura degli altri, diventa persino salvezza dalle grinfie del fratello truffatore. C'è saggezza in quella semplicità. Poi c'è Oblomovka, il villaggio natale del protagonista, descritto con nostalgia onirica che molti critici leggono come ironia. Non lo è. Quantomeno non è solo quella. Gončarov indugia troppo su quei dettagli perché sia pura satira. Oblomovka è un luogo dove il tempo scorre diversamente, dove la natura è preponderante. Imperfetto, immobile, forse condannato, ma anche un luogo a cui si appartiene. Oblomov vorrebbe perfezionarlo. Ci pensa tutti i giorni senza raggiungere l'obiettivo. Non diventa Stoltz, ma nemmeno Stoltz può salvare Oblomovka. Il Gončarov cosciente voleva dirci che Oblomov deve diventare come l'amico. Lo scrittore profondo, quello che sotto sotto scrive ogni grande classico, ci dice altro: anche Stoltz non ha risposte. Ha solo movimento. Questa mancanza di risposte mi riporta a un episodio. Anni fa, verso il termine di una lezione, una collega spiegava perché è importante non perdere troppo tempo con quello che ci piace: prima viene il dovere, poi il piacere. Un alunno, dopo quella lezione, si è avvicinato e mi ha chiesto: ma perché quello che mi piace non è utile? La domanda resta aperta. Non c'è una risposta semplice. Oblomov non avrebbe saputo rispondere a parole. Ma avrebbe capito e avrebbe continuato a rimandare, consapevole che anche quello era un modo utile di rispondere. Utile a chi? Questo è il punto. La produttività di Stoltz serve un sistema che non si interroga sui fini. La pigrizia di Oblomov è una forma di resistenza passiva che il sistema non sa gestire. Il romanzo e il suo protagonista non risolvono e non spiegano, ma trovano un’alternativa che, se non è eroica, poco ci manca.

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