Giorgio Bassani non ha proprio bisogno di presentazioni. E' nato durante la Prima Guerra Mondiale, ed è diventato direttore della RAI nel Secondo dopoguerra. «Cinque storie ferraresi» è il ritratto di una città che emerge dopo un Secondo dopoguerra. La genealogia di questo testo è lunga e controversa. Particolarmente interessante è il primo testo che tratta di due donne, madre e figlia, Maria e Lidia Mantovani che condividono destini simili. Lidia, la figlia, dopo aver avuto un figlio avuto al di fuori del matrimonio, torna a vivere dalla madre. Qui è attenzionata da Oreste che progressivamente si affeziona alla frequentazione della casa sino a sposare, dopo la morte di mamma Maria, la figlia Lidia. A questo racconto di apertura fanno seguito altri quattro racconti. In uno troviamo Gemma Brondi, un'apprendista infermiera presso l'ospedale comunale, che, pur non essendo una donna di eccezionale bellezza trova le attenzioni del dottor Corcos. Tutto sembra reggere fino a un difficile e drammatico epilogo. Il terzo racconto parla di un ex deportato Geo Josz che affronta una serie di vicissitudini legate anche al padre che aveva un'attività, sempre a Ferrara. Il penultimo racconto vede un percorso di flashback di un cittadino di Ferrara che poi ritorna in patria e infine un'ultima stira giocata proprio durante il periodo fascista con un personaggio del tutto curioso e controverso. L'ambientazione è sempre Ferrara, una città che, durante la narrazione, assume i contorni un un contesto universale. Si aprono storie, situazioni tipiche della controversia portata da un periodo fortemente discusso come il Fascismo e le sue contraddizioni. I personaggi sono spesso «per bene» nonostante il periodo difficile che e condizioni socio-economiche dell'epoca imponevano. In ogni storia appare decisamente chiaro un insegnamento capace di far riflettere il lettore. Da queste storie emerge chiaro l'amore di Bassani per la sua città, un amore autentico e sincero che arriva a dettagliare luoghi e ambianti aiutando il lettore a entrare con più forza nella narrazione.
«Alberto Cristofori: tradurre un testo è un'arte complessa»
di Stefano De Vecchi