Pubblicato nel 1985, Il profumo di Patrick Süskind è diventato in pochi anni un classico moderno tradotto in cinquanta lingue. La sua forza sta nell’idea originale: raccontare un’epoca intera attraverso l’olfatto. Siamo nella Parigi del 1738, sporca e fetida. Qui nasce Jean-Baptiste Grenouille in un banco di pesce. È un bambino anomalo: non ha un odore suo, ma possiede un naso assoluto. Riesce a riconoscere, memorizzare e ricomporre qualsiasi odore. Per lui il mondo esiste solo se può essere annusato. Diventato apprendista di un profumiere scopre la sua missione: creare il profumo perfetto, quello che costringa le persone ad amarlo. Per farlo ha bisogno dell’essenza di 25 giovani donne e inizia così una serie di omicidi. Süskind ha il merito di descrivere ciò che è indescrivibile. Con la sua scrittura ti fa sentire il sudore, la lavanda, il cuoio, la paura. Il lettore non legge, annusa. Il vero punto di forza del romanzo è il protagonista. Grenouille non è malvagio per gusto. È vuoto. Non prova amore, empatia o rimorso. È un genio disumano che vuole solo possedere. E proprio questa freddezza lo rende spaventoso e affascinante. Il libro è anche una metafora sul potere. Nel '700 chi aveva il profumo giusto comandava. Oggi il profumo è l’immagine, i social, l’apparenza. Il messaggio è lo stesso: chi controlla come appare, controlla gli altri. Il finale è grottesco e divisivo, ma perfettamente coerente con la logica del romanzo. Il film del 2006 è visivamente riuscito ma perde la parte più importante: la descrizione degli odori che solo le parole possono evocare. Il profumo non è un libro leggero. È disturbante, ipnotico, crudele. Ma è un capolavoro che parla di solitudine, ossessione e del bisogno di essere notati. Voto: 9/10. Un romanzo da leggere almeno una volta.
«Alberto Cristofori: tradurre un testo è un'arte complessa»
di Stefano De Vecchi