Ci sono due tipi di luoghi comuni. Quelli che sono un mix di pigrizia, banalità da bar, saggezza contadina, mancanza di informazione, scarsissima curiosità, approfondimento minimo.
E quelli che, di base, sono veri.
Trent’anni fa o giù di lì, sul finire degli anni Novanta, io, aspirante scrittore, ero andato con un amico, pure lui aspirante scrittore, alla presentazione del romanzo di uno scrittore reggiano. Il libro ci era piaciuto, era uscito per un marchio editoriale di assoluto rispetto, volevamo carpire qualche segreto che ci aiutasse a superare il ruolo di eterni aspiranti.
Con nostro sconcerto, il relatore non aveva letto il libro che stava presentando: aveva incentrato tutte le prime domande sull’inesistente personaggio di un nonno anziano e saggio, quando il Nonno era invece il soprannome del protagonista, un tipo né anziano né particolarmente saggio. Dopo un po’, il relatore impreparato si era reso conto che fare domande su una trama che si era inventato era controproducente, che stava facendo una figura di palta spaventosa, e allora aveva virato sulle domande generiche buone per tutti i libri e tutti gli autori e le autrici. Tipo: «Come si impara a scrivere?» L’autore, serafico, aveva risposto: «Si impara a scrivere in un solo modo: leggendo e scrivendo.» Il mio amico aveva sussurrato «No, vabbè, che luogo comune, forse è un po’ arrabbiato per le domande idiote che quel mentecatto gli ha fatto.» Ecco, invece quel luogo comune celava una grande verità: o uno nasce genio, oppure impara a scrivere leggendo e scrivendo. Io ricevo mensilmente almeno cinque romanzi in lettura, e la prima cosa che noto in certi casi è: questo ha letto ben poco in vita sua, oppure ha letto molto, sì, ma di un genere soltanto. Perché quando hai letto ben poco in vita tua, reinventi la ruota e ne vai anche molto fiero. Sei convinto di essere il primo ad aver adottato un espediente letterario che è vecchio di un paio di secoli. Non provi vergogna a buttare sulla pagina mostruosità come «bianco come il latte», «rosso come il sangue», «teso come una corda di violino», «puntuale come un orologio svizzero», e via con cose che affondano come una lama nel burro, eccetera eccetera. Quando avevo, boh, tredici, quattordici anni, volevo fare uno scherzo letterario a mia sorella: avevo preso un racconto di fantascienza, non ricordo quale, comunque il racconto di un autore non famosissimo contenuto in una delle tante raccolte dell’Editore Nord, e l’avevo copiato pari pari, riga per riga, battendolo con la mia macchina da scrivere di allora. Lei lo aveva letto, si era esaltata, «Ma sei diventato bravissimo!», aveva esclamato. Io, okay, lo ammetto, un poco mi ero vergognato di quel piccolo inganno. Però avevo scoperto una cosa: ricopiando un racconto altrui, ne avevo almeno in parte compreso la sostanza. Avevo capito perché la virgola era collocata in quel punto e non in un altro punto, avevo capito perché l’autore aveva scelto quell’aggettivo, perché c’era quel salto di riga in quel punto della pagina… L’avevo fatto spesso, negli anni seguenti. Ai miei – bruttissimi – racconti giovanili avevo alternato le copiature testuali di racconti altrui.
I racconti di Paolo Villaggio su Fantozzi.
I racconti di Ray Bradbury.
I racconti di Kafka.
Poco alla volta, riscrittura dopo riscrittura, qualcosa di quei grandi autori era passato a me. Avevo imparato a giocare con i registri – perché Villaggio usava quegli aggettivi incongrui ma esilaranti, perché usava quelle iperboli, perché giocava con quei numeri, diciotto, trentadue…? -, e intanto continuavo a leggere e a scrivere, leggere e scrivere. Cosa scrivevo? Fantascienza alla Asimov, fantascienza da romanzi Urania. Horror alla Stephen King. Tentativi di umorismo stile Fantozzi, stile racconti di Woody Allen.
Erano belli? No, erano bruttissimi. Ma imparavo.
Trovavo in biblioteca il bando di un concorso letterario, non so «Racconti di mare», quattro cartelle a tema: il mare? Scrivevo una storia di amore, morte, musica e invasori alieni che uscivano dall’acqua per arrivare sulla spiaggia di Igea Marina. Non vincevo? No che non vincevo, ovvio, era un racconto orribile. Però poi trovavo il bando del concorso «Racconti di lago» -giuro-, e allora infilavo il mio foglio nella macchina da scrivere, o il floppy nel computer – un po’ più avanti -, riscrivevo il mio raccontino di amore, morte, musica e invasori alieni che uscivano però dall’acqua del lago di Suviana. Modificando qualcosa, a parte acqua dolce vs. acqua salata, spiaggia vs. promontorio, migliorando, soprattutto. Negli anni Novanta avevo prodotto circa trecento racconti orribili. Ma il centocinquantesimo era un pochino meno orribile del primo, e il trecentesimo, beh, a leggerlo bene, non è che fosse bello, no, era brutto, ma qualcosa, sì…forse, tra le righe, qualcosa lo si intravedeva.
E gli anni Novanta erano quelli in cui in Italia accadevano dei miracoli.
In cui uscivano due romanzi ambientati interamente o in gran parte nella mia città -Bologna-, e li avevano scritti Silvia Ballestra, anni 22, o Enrico Brizzi, anni 19. Ed erano usciti tre volumi di racconti di autori e autrici con meno di 25 anni, curati da Pier Vittorio Tondelli. Ed era uscita Gioventù cannibale, con grande successo! I tempi erano maturi per buttarsi a mia volta nel mondo editoriale. Ma come? Non c’era internet negli anni Novanta, oppure stava iniziando a nascere vagamente. Leggevo le riviste letterarie, che allora -incredibile a dirsi!- occupavano intere pareti di librerie anche di catena, mi ingozzavo di Addictions, del Maltese, del Paradiso degli Orchi, di Inchiostro, e da qualche parte, tra le recensioni dei romanzi di recente uscita, avevo trovato quella di Bassotuba non c’è, di Paolo Nori. Avevo cercato questo Einaudi Stile Libero tra le novità della libreria Feltrinelli sotto le Due Torri, quella in cui si davano appuntamento Alex e Aidi nel celebre esordio di Enrico Brizzi, avevo aperto il libro a pagina 1, avevo letto questo incipit.
Io sono quello che non ce la faccio.
Avevo strabuzzato gli occhi. Come? Ma davvero? Si poteva scrivere in quel modo? Era lecito? Era consentito? Avevo comprato il libro. Lo avevo letto. Sì, era lecito, era consentito, era voluto, soprattutto. Nella nota biografica di Paolo Nori, avevo scoperto l’esistenza di un libro precedente: Le cose non sono le cose, pubblicato da un certo misterioso editore di Ravenna chiamato Fernandel.
Chi era mai questo misterioso editore di Ravenna chiamato Fernandel?
Mi ero messo alla ricerca di informazioni. Anche perché avevo intenzione di scrivere un romanzo, dopo tutta quella caterva di bruttissimi racconti. E le cose avevano preso una certa direzione.
(continua)