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«Il mestiere di scrivere, parte 2»

«Il mestiere di scrivere, parte 2»

attualita
2 ago 2026 7 min
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Ecco il seguito dell'avventura narrativa del nostro scrittore Gianluca Morozzi. Insieme a lui ripercorriamo i principali snodi della sua carriera e lo facciamo con un linguaggio ironico, deciso, schietto tipico della sua scrittura. Buona lettura.

A metà dell’anno 2000, avevo dunque deciso: basta racconti su racconti, avrei scritto un romanzo. Non solo: lo avrei scritto per poi proporlo all’editore Fernandel, di Ravenna. Che aveva pubblicato Le cose non sono le cose di Paolo Nori. E aveva pubblicato L’amore è un bar sempre aperto, della mia concittadina Grazia Verasani. E aveva pubblicato Polder di Francesco Venturi, non solo concittadino ma coetaneo.

Sì, bene: ma un romanzo…su cosa? Su quale argomento? Di che tipo?

Nell’estate 2000 mi ero dato allo studio matto e disperatissimo. Per fortuna internet già esisteva, in modo primordiale, senza i social ma già con dei motori di ricerca tipo Arianna o Virgilio, grazie ai quali ero arrivato al sito Il rifugio dell’esordiente.

Il rifugio dell’esordiente - il cui scopo era chiaro fin dal nome . lo consultavo come fosse la Bibbia, cercando consigli utili per evitare trappole, editori a pagamento, concorsi truffaldini, e invece seguire vie virtuose e modi utili per proporsi.

Uno dei loro consigli era: Se volete inviare il vostro manoscritto a un editore, studiatene prima il catalogo per capire se quella è la giusta casa per la vostra storia. E seguivano esempi di romanzi erotici proposti alle edizioni Paoline, fantasy spediti a editori che avvertivano a caratteri cubitali NON PUBBLICHIAMO FANTASY, sillogi poetiche sparpagliate a pioggia dappertutto. Così, dicevo, avevo iniziato un’operazione molto semplice per quanto costosa: andare alla Libreria delle Moline e comprare i libri dell’editore Fernandel e la rivista (trimestrale) Fernandel. Dovevo capire quali racconti pubblicava questa entità ravennate misteriosa, quali romanzi prediligeva, cosa provare a proporre per non essere cestinato.

(Sì, si diceva cestinato una volta, dall’atto rumoroso e liberatorio di appallottolare o strappare uno o più fogli di carta e gettarli con odio nel cestino. C’è anche la moderna versione per pc, ma manca la soddisfazione del distruttivo gesto fisico!)

Cosa tentare? L’autobiografismo?

Non conoscevo di persona né Paolo Nori, né Francesco Venturi, né Grazia Verasani, ma confrontando i loro romanzi con le note biografiche in quarta di copertina mi sembrava che, beh, a occhio, un po’ ce ne fosse, di autobiografismo. Raccontare dunque la mia vita? Boh. Cosa avevo fatto di interessante, in ventinove anni sul pianeta Terra?

Mah. A occhio, non ero capace.

E ispirarsi ai fatti di cronaca, alle storie altrui? C’era un romanzo fernandelliano che si intitolava Razza canara, di Alessandro Canale. Partiva da delitti efferati come quello di Marta Russo o di via Poma per dar vita a una narrazione potente, teatrale…

Ma se invece…

…se invece avessi fatto uso del classico What If?

Cosa succederebbe se dopo una notte passata a bere all’Osteria dell’Orsa uscissi solo per scoprire che la città è stata invasa dai vampiri, e fossimo costretti tutti a barricarci in osteria, cercando di capire quanto tempo potremmo sopravvivere con quel che c’è in cucina, esplorando eventuali passaggi segreti e vie di fughe sotterranee, e nascerebbero solidarietà, conflitti, forse addirittura amori tra quei tavoli di legno e quelle sale…

Beh, non era andata così.

Non c’era stato autobiografismo, fatti di cronaca, what if.

C’era stata la magia.

 In un giorno di luglio ero andato alla fumetteria Alessandro Distribuzioni. Avevo comprato gli albi Marvel e DC usciti quella settimana, X-Men, Batman, Fantastici Quattro, Flash. Sulla copertina di Flash si annunciava il ritorno di un classico nemico del supereroe, il mago Kadabra. Con i miei acquisti nello zaino stavo camminando sul ponte di via Matteotti, che collega il centro di Bologna al quartiere Bolognina scavalcando i binari in prossimità della stazione, quando, giunto a metà…

…mi era esplosa in testa una storia. Non una storia intera: l’inizio, il finale. E anche il nome del protagonista, qualcosa che era un incrocio tra il mago Kadabra e Kaba, il batterista dei Modena City Ramblers. Bello! Poteva anche essere il titolo.

(Eh, sì: a volte capita così. Le idee arrivano dal nulla. Stephen King che sogna Misery in aereo per Londra. Paul McCartney che si sveglia e ha in mente la melodia di Yesterday.)

Ero tornato a casa, avevo aperto un file: Kabra - Inizio. Ne avevo aperto un altro: Kabra - Finale. Poi li avevo riempiti con i concetti, i personaggi, le parole, le idee che mi ero ritrovate nel cervello da qualche misterioso laboratorio in cui nascono le idee, come in un download di ignota provenienza.

Un mesetto di scrittura punk, ignorante ed entusiasta, arrivato al penultimo capitolo ci avevo appiccicato Kabra- Finale, avevo stampato tutto, ed ecco fatto. Incredibile ma vero: avevo finito un romanzo. Con un protagonista che per certe cose e parecchi gusti mi assomigliava, ma non ero io. Con una città che conoscevo bene, ma anche con qualche incursione bizzarra in luoghi come Praga o l’Irlanda, come in quei vecchi film di Verdone in cui d’un tratto i personaggi se ne andavano in Cornovaglia o a Budapest. Ma tutto sommato, con una specie di inconscio What If come motore: e se io, in un’età collocabile intorno ai diciotto anni, anziché mettermi a scrivere racconti su racconti avessi preferito la chitarra alla macchina da scrivere e avessi scritto canzoni? Cosa sarebbe successo? Sarei diventato Kabra?

(Che, lo dico per chi non avesse letto il romanzo, non è come dire: sarei diventato Mick Jagger, o Vasco Rossi, o Bruce Springsteen. Non proprio.)

Insomma, il romanzo dal titolo Kabra era pronto. Lo avevo fatto leggere un po’ in giro, a qualche amico, a qualche amica, e alla fine mi ero deciso.

Lo avrei spedito a Fernandel.

In prima pagine avevo messo il quadro di Andrew Wyeth Christina’s World, che non c’entrava niente ma mi piaceva. Il mio primo romanzo, rilegato a spirale, esisteva. Aveva una consistenza, un peso, un odore inebriante ancora caldo di copisteria.

Il 30 novembre 2000 avevo comprato una busta imbottita formato A4, come suggeriva  Il rifugio dell’esordiente, ci avevo ficcato dentro con molto amore il mio romanzo e una letterina di presentazione.

L’avevo spedito in due copie, sempre come suggeriva Il rifugio dell’esordiente: una all’indirizzo di Fernandel, l’altra al mio indirizzo.

“Ma perché al tuo indirizzo?”, si chiederà qualcuno.

Eh, perché le principali fobie di chi chiedeva consigli al sito Il rifugio dell’esordiente erano due: 1) sentirsi chiedere soldi per pubblicare il proprio romanzo 2) vedersi rubare il romanzo, trovarselo pubblicato con il nome di un altro in copertina (forse era meglio depositarlo in SIAE)?

(Avevano tutti letto Tecniche di seduzione di Andrea DeCarlo, mi sa.)

Sul primo punto il sito affrontava lungamente la questione, tanto che c’era un elenco di editori con una legenda, un bollino o qualcosa del genere, del tipo: A pagamento – Non a pagamento – A doppio binario (e già si complicavano le cose) – Non è chiaro, è da verificare.

Sul furto del romanzo…in sostanza rispondevano: Guardate, è un falso mito, non succede mai, se trovano qualcosa di meritevole vi mettono sotto contratto, ma se proprio volete stare tranquilli non sprecate soldi con la SIAE, speditevi una copia a casa in busta chiusa prima di spedirla in giro, quando arriva non aprite la busta, mettetela in un cassetto, e il timbro postale con la data farà fede; in quel preciso giorno, il romanzo già esisteva e nessuno ve lo potrà mai rubare.

E io questo avevo fatto.

Poi avevo aspettato Fernandel.

 Avevo aspettato pochissimo.

 (continua)

Commenti 1

Cynthia
È un piacere leggerti. Un abbraccio, Gianluca, e buon vento. Chissà, magari un giorno ci si rivedrà.