La musicoterapia è una disciplina clinica che utilizza il suono, il ritmo e la musica per aprire canali di comunicazione dove le parole non bastano. Attraverso l'ascolto e l'espressione sonora, trasforma l'esperienza emotiva e relazionale promuovendo il benessere e la cura della persona.
Il nostro incontro di oggi è con Fabiola De Pellegrini, insegnante e musicoterapeuta, che ci apre il suo scrigno di ricordi e ci fa vedere la sua «cassetta degli attrezzi» di insegnante e musicista.
Come e perché ti sei formata come musicoterapeuta? Il mio legame con la musica ha radici profonde nell'infanzia. A sei anni, mio padre — imbianchino con una profonda passione per la musica, allora impegnato nella ristrutturazione di un monastero a Monte Berico, nel Vicentino — portò a casa un pianoforte a muro. Da quel momento la nostra casa si è riempita di note: suonavo, cantavo e la nostra famiglia si ritrovava alla sera davanti al pianoforte. A dodici anni, poi, con l'entrata nell’Azione Cattolica, ho preso in mano la direzione del coro dei bambini: cantare, insegnare e stare insieme erano già la mia dimensione. Nell’adolescenza, ho imparato la chitarra e con le compagne delle superiori abbiamo fondato una band, vera e propria valvola di sfogo salvifica.
Dopo il liceo classico, il mio sogno era diventare chirurgo pediatrico per lavorare in ospedale o con ragazzi con disabilità grave. Ben presto, però, ho dovuto fare i conti con un'ipersensibilità olfattiva: la percezione fortissima degli odori rappresentava un limite insuperabile per l'ambiente ospedaliero.
Disorientata sul futuro, la svolta è arrivata per caso trovando un volantino sulla musicoterapia. Non possedendo un diploma di strumento per accedere a determinati percorsi, mi sono iscritta a Scienze della Formazione Primaria a Padova e, parallelamente, ho frequentato il corso triennale in Musicoterapia presso l'Istituto Musicale di Thiene, sempre nel Vicentino. Il percorso prevedeva lezioni nel fine settimana ogni quindici giorni e un'intensa attività di tirocinio.
Mi sono formata nella musicoterapia ad indirizzo psicodinamico-relazionale, apprendendone le due modalità principali: quella attiva, dove il paziente suona insieme al terapeuta e gli strumenti diventano vere e proprie parole in un dialogo non verbale; e quella recettiva, quando il paziente ascolta brani musicali, registrati o eseguiti dal vivo.
La seduta attiva si svolge all'interno di un setting ben definito, strutturato con piccoli strumenti a percussione (maracas, metallofoni), chitarra e pianoforte. L'apprendimento dell'osservazione terapeutica ha cambiato radicalmente la mia vita, anche nel mio ruolo di insegnante. Osservando il paziente, il terapeuta riconosce e poi ripropone dei pattern ritmici per entrare in sintonia e sostenere le difficoltà come, ad esempio, la gestione dell'ansia. Si crea, quindi, una forma di comunicazione non verbale attraverso il linguaggio sonoro, che risulta essere potente e benefico in molte situazioni.Nelle scuole ho applicato questo metodo sia in sedute di gruppo basate sull'improvvisazione (sessioni di venti minuti in cui i bambini dialogano attraverso la musica), sia in percorsi individualizzati per alunni con disabilità o fragilità. Dopo una prima fase di osservazione e un confronto con famiglia e docenti, definivamo obiettivi specifici — dal rispetto dei tempi all'elaborazione dell'ansia da separazione o al potenziamento dell'attenzione — valutando passo dopo passo l'evoluzione del percorso.
Quale strumento utilizzi più spesso, quale senti più tuo e perché? Nella pratica clinica non esiste un «mio» strumento a prescindere, perché è sempre il paziente a scegliere. Il mio strumento del cuore è il pianoforte. lo amo e lo sento profondamente mio perché è uno strumento completo sotto ogni aspetto espressivo e armonico (meglio ancora se in versione elettrica per la gestione del setting). Tuttavia, non sempre risulta funzionale alle dinamiche di una seduta. Negli anni mi sono spostata verso la chitarra per questioni di praticità e mobilità, soprattutto a scuola. Successivamente, ho introdotto l'ukulele, ideale per la sua comodità e immediatezza nei laboratori espressivo-musicali per l'infanzia e al nido. Utilizzo lo strumentario Orff: piccoli strumenti a percussione (legnetti, metallofoni, maracas) che permettono un accesso immediato al suono senza richiedere competenze tecniche al paziente.
Puoi raccontarmi un tuo intervento su un bambino che è rimasto tra le tue esperienze più importanti? La musicoterapia funziona davvero quando ciò che accade all'interno della stanza di terapia si riflette e si trasforma nella vita di tutti i giorni. Ricordo il percorso con una ragazza di sedici anni seguito all'interno di un progetto scolastico. Aveva una diagnosi di autismo gravissimo con ritardo cognitivo importante; la gestione a scuola era estremamente complessa e la ragazza non riusciva a rimanere all'interno dell'edificio. Inoltre, manifestava un bisogno compulsivo di appropriarsi degli oggetti: ogni volta che finiva un'attività, voleva portare via qualcosa con sé. Ho strutturato un percorso di sedute attive, riducendo le consegne verbali allo stretto indispensabile, come il metodo richiede. Abbiamo lavorato sulle qualità del suono, il ritmo, intensità, tono, volume, identificando i suoi parametri e suoni preferiti per costruire un canale di comunicazione. Avevamo fissato, con i genitori, gli insegnanti e le operatrici sanitarie, due obiettivi:
Il primo era di riuscire a rimanere nella stanza per la durata di una seduta di circa minuti, mentre il passo successivo era quello di Imparare a rilasciare lo strumento a fine sessione senza portarlo via.
Durante le sedute, pur essendo ipersensibile ai rumori esterni, quando era lei a produrre il suono suonava con grande intensità: essere protagonista della propria produzione sonora le permetteva di «buttare fuori» il proprio vissuto emotivo. Dopo sei mesi di lavoro, la svolta: a fine seduta, la ragazza ha appoggiato spontaneamente lo strumento sul tavolino, mi ha salutata ed è uscita dalla stanza.
La vera trasformazione si è vista nel suo quotidiano. I genitori hanno raccontato che la ragazza, che prima non usciva mai di casa senza portare via un oggetto, una mattina ha preso un pupazzo, è arrivata al cancello e lo ha appoggiato sul muretto prima di uscire. In più, la possibilità di regolare ed esternare le proprie emozioni attraverso il suono le ha permesso di superare l'intolleranza ai rumori: ha iniziato ad ascoltare concerti dal vivo rimanendo tranquilla, un traguardo precedentemente impensabile.