Pubblicare il primo libro è l'illusione di essere arrivati al traguardo. Il vero lavoro inizia dopo, anzi, soprattutto dopo. La scrittura è solo il primo terzo del lavoro e, per un esordiente, il percorso vero inizia proprio quando mette la parola fine al manoscritto. La prima difficoltà è la più intima: convincersi che il manoscritto sia finito quando non lo è. Avrà bisogno di essere accompagnato per vederne i punti di fragilità da limare o quelli di forza da sviluppare, prima di arrivare alla fase di editing più o meno profonda. Dopo mesi serrati sul testo, infatti, non si vede più dove il ritmo crolla o dove un personaggio smette di reggere rispetto alla proposta iniziale. A volte, in questo periodo, si perdono di vista anche gli errori più grossolani. Io solitamente mollo lì il lavoro, lo metto in pausa. Può essere una settimana o un mese, poco importa, ma di pausa si tratta. Il testo ha bisogno di decantare. Sì, la decantazione che porta nuove idee, dubbi, perplessità. Proprio qui nasce l'esigenza di avere dei beta reader, fondamentali per la riuscita del testo. Sono figure ancora poco utilizzate in Italia. Non sono i parenti che ti dicono che è un bellissimo lavoro per farti contento, ma tre o quattro lettori forti del tuo genere, trovati magari nei gruppi dedicati sui social, che leggono in anteprima e ti restituiscono dove si sono annoiati, dove hanno saltato una pagina, dove non hanno creduto a una scelta del protagonista. Devono corrispondere al target di lettori a cui ti rivolgi. Ti segnalano linguaggio, ritmo, idea, intreccio ed eventuali incongruenze. Anche l'originalità è un fattore. I beta reader non possono e non devono fare sconti, devono portare una critica sana, motivandola naturalmente. Sono fondamentali perché restituiscono un'immagine del tuo lavoro in modo netto e il più possibile oggettivo. Certo, a volte il loro commento può essere lusinghiero, altre volte lapidario e fa rimanere male. Quel passaggio che ritenevi riuscito, invece, viene profondamente criticato. Bisogna incassare e da lì ripartire, rilanciare, cercare nuove strade per migliorare e raffinare il lavoro. È un passaggio a volte brutale e gratuito, ma vale più di venti invii a vuoto: se tutti i tuoi lettori inciampano nello stesso punto, il problema è proprio lì, dove te lo segnalano. Dopo le prime critiche arriva il silenzio, lungo, assordante. Un altro errore che spesso si commette in questa seconda fase è mandare indistintamente il manoscritto a mille case editrici, senza tenere conto del catalogo e della loro proposta editoriale. Si fa una selezione, si pigia l'ultimo click. Si invia a dieci case editrici, poi a venti, e per mesi non risponde nessuno. Le medio-piccole ci mettono dai tre ai sei mesi, le grandi spesso non rispondono mai. Non è un giudizio sul valore, è sovraccarico di lavoro. Ricevono migliaia di proposte e ne scelgono poche decine l'anno. La tentazione in quel vuoto è forte ed è lì che si apre la trappola più costosa: l'editoria a pagamento. Arriva una mail lusinghiera, fatta di complimenti che mirano a colpirci, e ti propongono di pubblicare con loro con un piccolo contributo di duemila euro. Non è editoria, è una tipografia che ha cambiato nome. Queste realtà non vivono vendendo libri ai lettori, ma vendendo libri agli autori. Non fanno distribuzione nazionale, non curano la promozione, non mettono i volumi in libreria e spesso non fanno pubblicità, se non condividendo qualche post sui social. Stampano cento copie che resteranno in un polveroso magazzino e il ricavo lo hanno già avuto da te, dal tuo contributo. La regola per riconoscerla è una sola e non si sbaglia mai: un editore vero investe su di te, non ti chiede di investire su di lui. Ecco, questa è una trappola dove ancora oggi molti autori cadono prigionieri. Questa non è editoria.
«Alberto Cristofori: tradurre un testo è un'arte complessa»
di Stefano De Vecchi