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«Chi dice e chi tace» di Chiara Valerio: il giallo anomalo candidato allo Strega 2024

«Chi dice e chi tace» di Chiara Valerio: il giallo anomalo candidato allo Strega 2024

recensione
14 set 2026 9 min
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Candidato al Premio Strega 2024, «Chi dice e chi tace» di Chiara Valerio è un giallo che rifiuta di risolvere il mistero. Sì, un giallo che rifiuta di essere giallo. A Scauri, la misteriosa Vittoria viene trovata morta in vasca, ma era una nuotatrice esperta. L'avvocata Lea Russo indaga e scopre che ognuno custodisce una Vittoria diversa. Valerio trasforma l'enigma in indagine sull'identità, sulla memoria che deforma e sul diritto umano di non coincidere mai con il racconto che gli altri fanno di noi.

Con Chi dice e chi tace, Chiara Valerio si misura con il giallo per sottrarlo, fin dalle prime pagine, alla sua destinazione più prevedibile: la scoperta del colpevole, la ricomposizione dell’enigma, il ristabilimento di un ordine. Il romanzo, candidato al Premio Strega 2024, è piuttosto un’indagine sull’impossibilità di conoscere fino in fondo gli altri e, attraverso gli altri, su quella più inquietante di conoscere se stessi.

È il primo libro dell’autrice pubblicato da Sellerio nella collana “La memoria”, e non è casuale che proprio il tema della memoria occupi un posto così importante nella vicenda. La memoria, infatti, non restituisce mai semplicemente ciò che è accaduto: seleziona, interpreta, deforma, costruisce. Ogni ricordo contiene una prospettiva, ogni testimonianza una parzialità. La verità, quando riguarda una persona, non è mai un oggetto integro che attende di essere ritrovato.

Chiara Valerio, scrittrice e saggista, matematica di formazione, ha costruito nel tempo una voce letteraria riconoscibile per la capacità di intrecciare pensiero e narrazione. Nei suoi libri la riflessione sulla realtà non è mai separata dall’esperienza concreta: cultura scientifica, filosofia, politica e vita quotidiana entrano nella pagina come parti di uno stesso ragionamento. In Chi dice e chi tace questa peculiarità trova una forma narrativa particolarmente efficace: il giallo diventa una struttura attraverso cui mettere alla prova le nostre convinzioni sul sapere, sulla memoria e sull’identità.

Il luogo dell’indagine è Scauri, cittadina sul litorale laziale e paese natale dell’autrice. Un luogo nel quale gli abitanti si osservano reciprocamente, «lasciandosi osservare», e dove la vicinanza sembra cancellare il confine tra conoscenza e controllo. In una comunità piccola, sapere chi è l’altro significa spesso sapere — o credere di sapere — quale posto occupa nel mondo. La reputazione precede la persona; il racconto che gli altri fanno di qualcuno finisce per sovrapporsi alla sua identità.

È qui che vive Vittoria, figura enigmatica attorno alla quale il romanzo costruisce il proprio mistero.

La sua morte arriva improvvisa. Vittoria, trovata annegata nella vasca da bagno, è una nuotatrice esperta: una circostanza apparentemente assurda che basta a trasformare il lutto in interrogativo. Ma l’elemento più perturbante non riguarda soltanto la modalità della morte. È la vita stessa di Vittoria a diventare improvvisamente sospetta, come se la sua scomparsa avesse spalancato una porta su una persona che tutti credevano di conoscere.

Vittoria è stata per anni una presenza eccentrica e magnetica nella comunità. È arrivata a Scauri con Mara, ha lavorato in farmacia, ha gestito una pensione per animali, ha frequentato il Circolo dei ferrovieri, ha coltivato piante e relazioni. È una donna capace di entrare facilmente nella vita degli altri e, nello stesso tempo, di sottrarsi alla propria narrazione. È proprio questa contraddizione a renderla tanto affascinante: Vittoria è vicina, ma non completamente accessibile.

Il suo silenzio diventa allora una forma di potere.

Se Vittoria appartiene a chi tace, Lea Russo appartiene a chi dice. Avvocata, moglie di Luigi e madre, Lea è abituata professionalmente a cercare nelle parole degli altri contraddizioni, omissioni e verità nascoste. La morte dell’amica le offre apparentemente un nuovo caso da ricostruire. Ma l’indagine si trasforma progressivamente in qualcosa di molto più personale.

Lea scopre che le informazioni raccolte su Vittoria non restituiscono un ritratto unitario. Ogni persona possiede una Vittoria diversa: l’amica, la donna misteriosa, la compagna, la figura indipendente, quella che suscita curiosità o sospetto. Nessuna versione è sufficiente. Nessuna può essere considerata definitiva.

E allora Lea comprende, quasi suo malgrado, che la domanda «chi era Vittoria?» non può avere una risposta semplice.

Il personaggio di Lea acquista proprio qui la sua profondità. La sua ricerca non riguarda più soltanto la morte dell’amica, ma la struttura stessa della propria esistenza. La vita che ha costruito — la professione, il matrimonio, la maternità, il ruolo sociale — appare improvvisamente meno compatta di quanto avesse creduto. Vittoria diventa uno specchio nel quale Lea riconosce possibilità di sé che fino a quel momento aveva preferito non guardare.

L’indagine sull’altra diventa così un’indagine sull’Io.

È questo il movimento più interessante del romanzo: la morte di Vittoria non produce una verità, ma una crisi della conoscenza. Lea scopre che conoscere qualcuno significa inevitabilmente interpretarlo e che ogni interpretazione dice qualcosa tanto dell’oggetto osservato quanto di chi osserva.

Il romanzo interroga così un problema centrale dell’esperienza contemporanea: quanto della nostra identità ci appartiene davvero e quanto, invece, è il risultato dello sguardo sociale?

A Scauri nessuno è soltanto ciò che è. È anche ciò che si dice di lui. L’identità è un processo collettivo, costruito attraverso racconti, pettegolezzi, aspettative e giudizi. La comunità ha bisogno di definire perché definire significa mettere ordine: moglie, madre, marito, figlia, compagna, professionista. Ogni parola assegna una posizione e, insieme alla posizione, stabilisce ciò che ci si aspetta da chi la occupa. Il problema nasce quando l’individuo eccede quella definizione.

Vittoria è perturbante proprio per questo. Non si lascia ricondurre completamente a nessuna delle categorie disponibili. La sua vita sembra contenere una libertà che la comunità non riesce a tradurre in parole senza trasformarla in sospetto. Il suo modo di abitare le relazioni mette in crisi l’idea che ogni rapporto debba avere un nome, una forma riconoscibile, una collocazione precisa.

La pressione sociale raccontata da Valerio non è dunque necessariamente violenta o esplicita. È più sottile e, per questo, più efficace. È fatta di aspettative interiorizzate: l’idea di ciò che una donna dovrebbe essere, di come dovrebbe amare, di quale famiglia dovrebbe costruire, di quali desideri può manifestare e quali invece è preferibile tacere.

Lea vive esattamente dentro questa rete. Il confronto con Vittoria mette in discussione la naturalezza apparente dei ruoli che ha assunto. Non significa che Lea debba rinunciare a essere moglie o madre, né che Vittoria rappresenti semplicemente un modello alternativo e liberatorio. Valerio evita questa semplificazione. Il punto non è sostituire un’identità con un’altra, ma riconoscere che nessuna identità può esaurire una persona.

In questo senso, il romanzo è profondamente politico senza essere un romanzo politico in senso tradizionale. Rivendica implicitamente il diritto dell’individuo alla complessità, alla contraddizione, persino all’incoerenza. Difende la possibilità di non essere immediatamente classificati e di non dover rendere conto della propria esistenza secondo le categorie degli altri.

Il titolo concentra questa tensione: Chi dice e chi tace. Parlare significa raccontare, ma raccontare significa anche selezionare e interpretare. Tacere significa sottrarsi al racconto, ma può significare anche lasciare che siano gli altri a parlare al proprio posto. Tra questi due estremi si muove l’intero romanzo.

La struttura stessa della vicenda impedisce al lettore di trovare una posizione stabile. Le testimonianze si accumulano senza produrre una verità definitiva; gli indizi aprono più possibilità di quante ne chiudano. Il mistero non viene semplicemente risolto: viene progressivamente trasformato. Quello che sembrava essere un interrogativo sulla morte di Vittoria diventa una domanda sulla sua vita, e quello che sembrava riguardare Vittoria finisce per riguardare Lea.

Anche i luoghi assumono, di conseguenza, un significato diverso. La grande casa di via Romanelli, il giardino con i pavoni e le erbe aromatiche, il bar del dopolavoro ferroviario, il Circolo dei ferrovieri non sono semplici coordinate narrative: sono luoghi della memoria e dello sguardo. Oggetti e spazi quotidiani diventano improvvisamente estranei quando cambia il modo in cui li osserviamo.

Roma, con le feste in maschera e gli hotel periferici, rappresenta invece uno spazio di maggiore anonimato. Lontana dalla comunità che osserva e giudica, Lea può sperimentare una diversa possibilità di sé. Ma proprio da questa distanza Scauri riacquista una sua «grazia scomposta»: il paese dei segreti, delle omissioni, delle vite conosciute solo a metà.

La scrittura di Valerio asseconda questa instabilità. Non procede sempre in linea retta, ma per associazioni, deviazioni e improvvise aperture. La sua prosa è attraversata da un pensiero che sembra continuamente interrogare ciò che sta raccontando. È una scrittura nella quale la riflessione non interrompe la narrazione, ma diventa narrazione.

Più che di uno stile si potrebbe parlare di una forma mentis messa sulla pagina: una mente che osserva, collega, mette in discussione, torna sui propri passi. Anche la punteggiatura, con il suo uso insistito di periodi lunghi, incisi e punti e virgola, sembra riprodurre il movimento di un pensiero che rifiuta di arrivare troppo presto a una conclusione. Il risultato è un mosaico umano dai forti chiaroscuri. Nessuno possiede una verità completa e nessuno è completamente trasparente. Persino chi parla molto conserva qualcosa che non dice; persino chi tace continua a comunicare attraverso il silenzio.

Ed è forse qui che Chi dice e chi tace trova la sua intuizione più radicale.

Il vero mistero del romanzo non è soltanto chi fosse Vittoria, né soltanto cosa sia accaduto nella vasca da bagno. Il mistero è la persona stessa: il fatto che ogni individuo contenga una parte che non può essere definitivamente posseduta dallo sguardo altrui. La morte di Vittoria costringe Lea a confrontarsi con questa impossibilità. Cercando una spiegazione, scopre invece che la conoscenza non coincide con il possesso della verità. Si può ricostruire una biografia, raccogliere testimonianze, mettere in ordine gli eventi; e tuttavia resterà sempre qualcosa che sfugge.

Forse è proprio questo che significa essere una persona: non coincidere mai completamente con il racconto che gli altri fanno di noi.

Per questo il romanzo di Chiara Valerio supera i confini del giallo. L’enigma non conduce alla certezza, ma al dubbio; la ricerca dell’assassino si trasforma nella ricerca dell’identità; la morte di Vittoria diventa il detonatore di una crisi che riguarda Lea e, attraverso lei, il lettore. Tra le parole di chi dice e i silenzi di chi tace, Valerio ci ricorda che ogni identità è fragile, negoziata, continuamente riscritta. E che forse la forma più sottile di pressione sociale consiste proprio nel convincerci che dobbiamo essere una cosa sola: una definizione, un ruolo, una storia coerente.

Vittoria, invece, rimane irriducibile. E Lea, nel tentativo di comprenderla, scopre che anche lei non è ancora finita. In un mondo che pretende continuamente di nominare, classificare e spiegare, Chi dice e chi tace rivendica così il diritto al mistero. Non quello del giallo, destinato prima o poi a essere risolto, ma quello dell’identità: l’inesauribile distanza tra ciò che siamo, ciò che diciamo di essere e ciò che gli altri credono che siamo.

Il vero colpevole, se proprio dobbiamo cercarne uno, non è allora una persona, ma la nostra ostinata necessità di trasformare gli esseri umani in storie semplici.

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