Le guerre in Ucraina e in Palestina e tutte le altre, ci riportano davanti a una domanda che la poesia di Giuseppe Ungaretti conosce bene: cosa rimane dell’uomo quando la guerra porta morte, paura e distruzione?
Ungaretti nasce ad Alessandria d'Egitto, nel 1888. Visse a cavallo fra la fine dell'Ottocento e tutti gli anni Sessanta. Fu testimone di cambiamenti incredibili della nostra società, ma anche della Prima guerra mondiale, che testimoniò con grande lucidità. Tuttavia, una delle liriche che a me piace è «I fiumi». In questi versi trovano spazio le sue origini lucchesi che ricorda nel fiume Serchio. Poi è la volta del Nilo che «mi ha visto nascere e crescere e ardere d'inconsapevolezza nelle estese pianure», il fiume della sua nascita e della sua adolescenza, e poi la Senna, il fiume della maturità «e in quel suo torbido mi sono rimescolato e mi sono conosciuto». Versi che ancora oggi, a distanza di oltre un secolo restano indelebili.
Al di là dei gusti personali, quale è il messaggio oggi di Ungaretti?
Fu soldato al fronte e da quell’esperienza nacquero alcune delle sue poesie più intense, nelle quali la guerra non è soltanto violenza, ma anche occasione per riscoprire la fragilità e l’umanità comune.
In «Fratelli», scritta nel nel luglio del 1916, Ungaretti usa una parola semplice e potentissima: «fratelli.» Soldati che appartengono a schieramenti, portano divise diverse, arrivano da storie diverse eppure possono riconoscersi nella stessa condizione umana attraverso la fratellanza. Di fronte alla paura e alla possibilità della morte, l’altro non è soltanto un nemico, ma una persona fragile come noi. E' nella fragilità di quella condizione che il senso dell'essere fratelli diventa il messaggio dirompente.
In «Veglia», Ungaretti ci racconta tutto lo strazio della guerra. Lui che resta una notte con accanto il corpo di un suo compagno di sventura. Ne contempla «la bocca digrignata volta al plenilunio» e «la congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio» e ci restituisce così un'immagine cruda della guerra. Sì, la poesia di Ungaretti pè cruda e diretta, senza mediazione mostra le emozioni di un soldato in trincea alle preso ogni giorno con la sofferenza e la morte.
A distanza di più di un secolo, queste poesie possono farci riflettere anche sulle guerre che vediamo ogni giorno in televisione o che leggiamo sui giornali. In Ucraina e in Palestina per non citare poi le decine di altre guerre «dimenticate» dai media sparse nel mondo. Certo, sono conflitti diversi, con storie e responsabilità differenti, che non possono essere semplicemente sovrapposti alla Prima guerra mondiale e alla sua epoca. Ma davanti alla sofferenza delle popolazioni, il messaggio di Ungaretti conserva una forza particolare. La poesia di Ungaretti ci ricorda che dietro ogni guerra ci sono esseri umani, famiglie, paure e vite spezzate.
E forse è proprio questo il significato più attuale di Ungaretti: riconoscere nell’altro un essere umano, anche quando la guerra cerca di trasformarlo soltanto in un nemico.
La guerra non rende sicuramente eroi, rende uomini piccoli, infangati, soli in una trincea o alla guida di qualche drone. La guerra toglie tutto, tranne la vicinanza di chi soffre accanto a te, che sia italiano o austriaco, ucraino o palestinese. In trincea, ci dice Ungaretti, capisci che il nemico non esiste, se non per la diversità della divisa, ma che anche lui forse non desiderava essere lì a combattere. Esistono solo fratelli costretti a uccidersi per un pezzo di terra o per un ideale che magari qualcun altro ha deciso per te. Chi comanda non conosce il fango, non sente l'odore dei morti e soprattutto non li vive nel suo mondo quotidiano. Gli Stati mandano i figli di altri a morire per idee scritte sui tavoli puliti. L'unica resistenza possibile in guerra è una sola: non smettere di amare, non diventare come chi ti spara. Ungaretti ha visto il Carso, ha visto i suoi amici massacrati, e ha capito una cosa sola: la vita vale solo se resta umana e lo testimonia in un verso: «non sono mai stato tanto attaccato alla vita» che chiude la poesia Veglia. Anche quando tutto intorno ti dice di odiare l'umano deve tornare a non smarrirsi di fronte all'odio.