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«Cosa sono le nuvole» nel ricordo di Totò

«Cosa sono le nuvole» nel ricordo di Totò

recensione
11 mag 2026 4 min
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Francesco Piccolo, scrittore e sceneggiatore, vincitore del premio Strega, ci ricorda il principe della risata in un suo lavoro per Einaudi: «Cosa sono le nuvole». Un testo che traccia un'immagine di Antonio De Curtis, Totò, che nato nel rione Sanità di Napoli, diventa un simbolo della città partenopea e non solo. Addentriamoci in questa recensione proposta dal nostro redattore Giuseppe Zullino

Francesco Piccolo è uno scrittore e sceneggiatore di successo; dopo la vittoria del Premio Strega ha collaborato con prestigiosi cineasti del calibro di Soldini, Moretti e Virzì. Essere anche un uomo di Cinema lo avrà aiutato a trovare la Grazia e l' Eleganza nello scrivere per Einaudi «Cosa sono le nuvole» sottotitolo: gli ultimi anni di Totò. Il Principe Antonio De Curtis signoreggia in questo ricordo che può essere letto come un breve e agile romanzo fra salti indietro e in avanti nel tempo. Totò che nasce al Rione Sanità a Napoli e, accusando un pugno dal suo istitutore, ne viene sfigurato nel volto. Il naso torto e la mandibola fuori asse resteranno per sempre uno stigma irresistibile della sua maschera fortunata. Antonio De Curtis frequenta giovanissimo la Rivista del Varietà e le sue gag irresistibili lo fanno adorare da un pubblico sempre più numeroso e devoto.

A circa trent'anni conosce una bellissima cantante d' opera: Liliana Castagnola, che si innamora, ricambiata, di lui. Ma Totò non se la sente di portare avanti in quel momento una relazione troppo coinvolgente. Vistasi abbandonata, la donna si suiciderà lasciando un biglietto straziante nelle mani di Antonio De Curtis, che chiamerà sua figlia Liliana. Quando ormai De Curtis è osannato come un Re del Teatro di Rivista, decide di intraprendere la carriera cinematografica che lo terrà impegnato fino al termine dei suoi giorni con oltre cento pellicole. Si tratta, per lo più, di film di poco conto con registi poco dotati artisticamente e sceneggiature di basso profilo. Totò ne era consapevole, ma sul set di questi film era sempre lui a fare la differenza, a " essere" il film. Che avesse accanto Peppino De Filippo o Renato Castellani- valentissime spalle- tutti i film da lui girati riscuotevano un grande successo di pubblico. La critica lo snobbava e lo denigrava, i recensori dei quotidiani lasciavano il commento ai loro vice. Fu questo il più grande cruccio della vita di Totò, che Francesco Piccolo riesce a delineare con grande sensibilità e dovizia di particolari e testimonianze raccolte da persone vicine a Totò in quegli anni. Tra queste la fascinosissima Franca Faldini, la sua compagna che non sposò mai attirandosi i mugugni e gli strali di un' italietta ancora bigotta. Totò si era ammalato agli occhi in giovane età e verso i 57 anni di vita aveva quasi completamente perso la vista. Ciononostante, nel momento in cui doveva essere sul set per recitare le battute, subito dopo il ciak, si trasformava: toglieva i leggendari occhiali scuri, perdeva la postura rigida e bolsa e si muoveva con sorprendente scioltezza, evitando i cavi elettrici, scansando i mobili e orientandosi nello spazio ascoltando la voce dei suoi colleghi. Erano le miracolose scintille di una «ineguagliabile secrezione diamantifera» come testualmente ebbe a dichiarare Federico Fellini.

La fama e i soldi gli arrisero sino alla fine dei suoi giorni, ma il rimpianto di essere stato sottoutilizzato e di non aver potuto realizzare neanche un film d' autore continuavano a tormentare Il Principe della Risata. Sino a quando Pier Paolo Pasolini, nel 1966 a un anno dalla morte del comico, non gli propose il ruolo di protagonista accanto a Ninetto Davoli nel film «Uccellacci e uccellini». La pellicola ebbe successo di premi e critica, tanto che ebbe una menzione speciale al Festival di Cannes e fece vincere il Nastro d' argento a Totò. Ciononostante , forse anche perché fu un flop al botteghino, i riscontri positivi accentuarono il rimpianto di Totò, che continuava a dire ai suoi intimi che sarebbe potuto essere un vero grande attore al posto di girare quelle cento e più " schifezze" che il pubblico adorava. Il dramma di Antonio De Curtis in arte Totò è tutto in questa continua tenaglia tra ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere; tra le ragioni della popolarità e la seduzione del successo decretato dalla critica ufficiale. Sarà acutissima una dichiarazione dello stesso attore napoletano, rivolta in presenza della moglie Franca Faldini, alla cuoca di famiglia: «Questo è un bellissimo paese in cui però per venire riconosciuti di qualcosa bisogna morire».

Commenti 2

Giuseppe
Carolina grazie. Il tuo commento surclassa la mia recensione.
Carolina Sperti
La recensione delinea efficacemente uno degli ultimi grandi "artisti" della risata che, senza mai dover scivolare rovinosamente nella volgarità pur di guadagnare consensi e fama, riuscì a coniugare appieno nella sua recitazione la signorilità di un titolo nobiliare, frutto di una lunga e tenace volontà di riconoscimento, con un'espressione poeticamente popolare. Totò resterà per sempre scolpito nella memoria nazionale per aver dato voce, carne e sangue all'italianità, persino in senso antropologico , superando la maschera comica per scandagliare gli anfratti della italica mentalità ma anche della condizione umana declinata con le note aspre e dolci della realtà napoletana.