Il 19 febbraio di dieci anni fa ci lasciava Umberto Eco, una delle figure più complesse ed eclettiche della Cultura mondiale, tra la seconda metà del Novecento e i primi anni del 2000. Nativo di Alessandria, Eco si laurea all'Università di Torino con una tesi su San Tommaso d' Aquino, argomento che riprenderà in seguito con grande interesse. Nel 1954 partecipa, e vince, al concorso in RAI come telecronista, ma la sua esperienza a Viale Mazzini durò pochi anni. Attraversato come pochi dal demone della curiosità intellettuale, egli preferì dedicarsi alla carriera universitaria presso l' Università di Bologna dove vinse la cattedra di semiotica e diventò direttore dell' Istituto Superiore di Studi Umanistici. Fra i teorici del Gruppo 63, ultimo significativo movimento letterario d' avanguardia, Eco fu prolifico quanto mai nella sua sterminata produzione bibliografica. Tra i primi libri segnaliamo il saggio «Fenomenologia di Mike Bongiorno», da cui doveva trapelare tanta simpatia quanta fine Ironia verso uno dei padri della televisione italiana. Nell' ambito semiotico ci limitiamo a ricordare i due classici «Opera aperta» (1962) e «Trattato di semiotica generale» (1975), ma sono solo due exempla di una ricerca indefessa che lo ha portato a trattare argomenti di varia natura, tra Filosofia, linguistica, sociologia, estetica. Senza tralasciare un interesse vivace per il fumetto e la canzone popolare. Tuttavia, la fama per il Professor Eco arriverà solo nel 1980 con la pubblicazione del fortunato e vendutissimo romanzo «Il nome della Rosa» che gli valse il premio Strega e conobbe una trasposizione cinematografica con Sean Connery nei panni del protagonista, il monaco Guglielmo da Baskerville. Costui, calco del famigerato Sherlock Holmes, si fa aiutare dal giovanissimo Tadzio, dietro cui si cela Watson, per risolvere un enigma in una abbazia non precisata del Nord Italia. Da quel momento Eco entrerà con forza nell'immaginario degli italiani e la sua carriera di romanziere(scrisse molti altri romanzi) oscurò quella di studioso e appassionato della ricerca più poliedrica, a cui pure continuava a dedicarsi con rigore e impegno infaticabili. Scrisse su molte riviste accademiche, settimanali e quotidiani nazionali: gustosissima la rubrica «La bustina di Minerva» su l' «Espresso». Eco morirà a Milano e donerà una parte della sua biblioteca (60.000 volumi!) all'Università di Bologna e il resto alla Biblioteca Braidense di Brera. Dopo le esequie in forma privata e laica, il cimitero di Milano ha inciso il suo nome nel Famedio. Da quel momento in poi nessuno potrà evitare di «incontrarlo», qualsiasi discorso attinente alla Cultura volesse intraprendere.
Inutile tentare imprigionare i sogni
di Cristiano Cavina