Prima di tornare agli ultimi giorni dell’anno 2000, faccio una breve incursione nel presente che poi tornerà utile.
Questa notte ho avuto un sonno tormentoso e interrotto, perché è successo qualcosa che mi è capitato non poche volte in questi venticinque anni di romanzi: alle quattro di notte ho aperto gli occhi nel buio della mia stanza, perché l’assassino del romanzo che sto terminando mi stava descrivendo il suo piano.
Cioè, detta così sembra una roba da malati di mente, ma è così che è andata: dalle quattro alle cinque di notte avevo in testa l’assassino che mi spiegava “il primo omicidio l’ho compiuto così, il secondo così”, e io avevo allungato la mano all’iPhone vicino al letto, avevo aperto le note, avevo preso sonnolenti appunti.
Quel sanguinario omicida non privo di un criminale fascino aveva imperversato nel mio cervello fino alle 5:11, quando finalmente aveva smesso di parlare e mi aveva lasciato dormire.
Succede. Queste cose succedono: quando hai scavallato, ovvero, quando hai superato la fase più difficile della costruzione della trama e il romanzo inizia a scriversi da solo, e i personaggi ormai li conosci e sono così in confidenza con te da potersi permettere di svegliarti alle quattro del mattino, e tutti i problemi narrativi che hai rimandato al domani - “sì, va bene, ai meccanismi precisi degli omicidi ci penserò poi” - loro sono così gentili da spiegarteli per filo e per segno.
Comodo, a suo modo, e divertente. A discapito del sonno, ma va bene: se non avessi voluto portarmi il lavoro a letto, non avrei fatto lo scrittore.
Io, queste magie, non le conoscevo alla fine del 2000.
Avevo scritto un romanzo appiccicando l’ultimo capitolo a quelli che avevo scritto di seguito al primo, mi sembrava che filasse tutto bene, l’avevo spedito alla casa editrice Fernandel di Ravenna, e avevo atteso una risposta.
La risposta era arrivata in fretta.
Il 31 dicembre 2000, mentre i miei principali pensieri erano rivolti alla festa di Capodanno, un numero sconosciuto mi aveva telefonato. Cominciava con 0544.
Ravenna.
La mattina dell’ultimo dell’anno, per la prima volta in vita mia avevo conversato con un editore: era Giorgio Pozzi, della mitica Fernandel di Ravenna.
Quei quaranta minuti di dialogo, col sottoscritto anche abbastanza emozionato, vi dirò, si erano conclusi così: avrebbe pubblicato con piacere il mio romanzo, se solo avessi trovato un finale migliore di quello che gli avevo propinato.
Come? Un finale migliore? Ma quel finale era stato uno dei due doni delle Muse, ricordate? Le Muse mi avevano regalato il primo e l’ultimo capitolo di Despero, e va bene che il primo era poi diventato il secondo, questione di montaggio, ma le conclusioni erano quelle…perché non andavano bene?
Avevamo convenuto di far passare il Capodanno e parlarne dal vivo.
Il 2 gennaio ero arrivato a Ravenna. Avevo scoperto con stupore che un editore non era forza un barbuto anziano pazzo e barbuto stile Gandalf come avevo immaginato in tutti quegli anni, ma anche un ragazzo con pochi anni più di me, che girava in bicicletta, suonava la chitarra elettrica e apprezzava Jeff Buckley e i Radiohead.
Che una casa editrice poteva stare tutta racchiusa nella stanza di una casa, con stampanti, fax, montagne di manoscritti, i libri pubblicati fin lì da Fernandel, la rivista che usciva fin dal 1994, con i primi numeri azzurrini e il raro, ricercato numero arancione, vittima di un errore tipografico.
E poi, alla vicina osteria il Pavone d’oro, Giorgio Pozzi mi aveva spiegato le debolezze del finale.
Lì avevo ricevuto una vera lezione di scrittura creativa, e la lezione era: i personaggi, se li scrivi per un certo tempo, se te li porti dentro la testa per settimane, mesi, mentre guidi la macchina, fai la doccia, esci con gli amici, i personaggi, ecco: loro crescono. Si sviluppano, Prendono vita, prendono decisioni autonome, ti parlano, dicono “io adesso farei così, Uhm, sei sicuro, io adesso vorrei fare un’altra cosa.”
I personaggi che erano arrivati al penultimo capitolo, terminato in agosto, non erano più gli stessi che avevo delineato nel primo, buttato giù in fretta a luglio insieme all’ultimo. E quando avevo appiccicato il penultimo all’ultimo, due capitoli scritti a distanza di un mese, la discrepanza si era vista. Le personalità delle mie creature avevano fatto un salto indietro.
Io non me n’ero accorto.
L’occhio esterno e attento dell’editore sì.
A questo serve un occhio esterno e attento.
Avevo cambiato il finale, ma senza buttar via quello precedente: la scrittura è come il porco, non si butta via niente. L’avevo usato anni dopo in un romanzo chiamato Colui che gli dei vogliono distruggere.
A febbraio avevo firmato il contratto, e Despero era entrato nel piano editoriale del 2001 di Fernandel.
Sarebbe uscito nove mesi dopo.
Nel settembre del 2001.
Ottima scelta, direi. Col senno di poi.