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«Lettera a un bambino mai nato: cinquant'anni dopo»

«Lettera a un bambino mai nato: cinquant'anni dopo»

attualità
22 ago 2026 7 min
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Pubblicato nel 1975, «Lettera a un bambino mai nato», è uno dei romanzi di punta di Oriana Fallaci. Ripercorriamo con la nostra Giorgia Renna la storia di questo romanzo, i contenuti, la forma e lo stile. A quasi vent'anni dalla morte riproponiamo un testo di un'autrice unica e singolare capace ancora oggi di far parlare delle sue idee e delle sue posizioni

Lettera a un bambino mai nato tra libertà, responsabilità e conflitto

Pubblicato nel 1975, Lettera a un bambino mai nato occupa un posto singolare nella produzione di Oriana Fallaci. È un libro difficile da ricondurre a un genere preciso: romanzo, confessione, monologo interiore e insieme pamphlet morale, costruito intorno a una voce femminile che si rivolge a un figlio ancora invisibile. Al centro non c'è soltanto la gravidanza, né una riflessione sull'aborto in senso stretto, ma una domanda più radicale: che cosa significa scegliere di mettere al mondo un altro essere umano?

Fallaci affronta questa domanda senza concedere al lettore una posizione comoda. La maternità non viene celebrata come destino naturale della donna, né condannata come rinuncia alla libertà. È presentata piuttosto come una frattura: il momento in cui una donna è costretta a confrontarsi con il proprio corpo, con la società, con le proprie aspirazioni e con la responsabilità nei confronti di una vita che dipende interamente da lei.

 La protagonista, volutamente priva di nome, è una donna indipendente e professionalmente affermata. Quando scopre di essere incinta, la notizia irrompe nella sua vita come una possibilità e, nello stesso tempo, come una minaccia all'equilibrio che si è costruita.

La donna decide di portare avanti la gravidanza, ma non vive questa decisione con la serenità che la retorica tradizionale della maternità vorrebbe suggerire. Al contrario, si interroga continuamente. Parla al bambino, gli racconta il mondo nel quale dovrebbe nascere, le sue ingiustizie, le sue sofferenze e le sue contraddizioni. Gli parla anche della propria paura: quella di non essere una madre abbastanza buona, di dover sacrificare la propria libertà, di mettere al mondo una creatura destinata inevitabilmente a conoscere il dolore.

Il bambino diventa così il destinatario di una lunga confessione, ma anche il centro di un dialogo filosofico. È una presenza che ancora non possiede una voce e che tuttavia costringe la madre a trovare una propria voce.

La gravidanza procede tra difficoltà fisiche, conflitti interiori e incomprensioni con le persone che circondano la protagonista. Il padre del bambino, in particolare, non condivide pienamente la sua posizione e rappresenta una concezione della responsabilità diversa dalla sua. Attorno alla donna si muovono inoltre familiari, amici e medici: figure che, più che costituire personaggi autonomi, rappresentano differenti modi di guardare alla maternità e alla vita.

La vicenda conduce infine alla perdita del bambino. Il dramma personale assume allora una dimensione quasi metafisica: la donna è costretta a confrontarsi con la vita che avrebbe potuto essere e con tutte le domande rimaste senza risposta.

La protagonista: una donna contro il ruolo che le è stato assegnato

La scelta di non dare un nome alla protagonista è una delle intuizioni più significative del romanzo. La donna non è soltanto un personaggio individuale: diventa una figura simbolica, nella quale possono confluire esperienze femminili diverse.

Ma Fallaci evita accuratamente di trasformarla in un'eroina. La protagonista è contraddittoria, talvolta persino scomoda. Vuole il figlio e contemporaneamente teme ciò che la maternità potrebbe sottrarle. Desidera proteggere la vita che cresce dentro di lei, ma non vuole che questa vita cancelli la sua. Cerca una risposta morale e, nello stesso tempo, rifiuta le risposte già confezionate dalla società.

È proprio questa contraddizione a renderla moderna.

La protagonista non chiede semplicemente: voglio essere madre? La sua domanda è molto più complessa: che cosa accadrà a me se diventerò madre? E ancora: posso essere madre senza smettere di essere me stessa?

In questa prospettiva il romanzo assume anche una forte dimensione sociale. La gravidanza non riguarda soltanto il corpo della donna: coinvolge il lavoro, le relazioni, la libertà, il futuro. La protagonista scopre così che la maternità, pur essendo presentata dalla società come una condizione naturale e quasi obbligatoria, comporta una serie di conseguenze concrete che ricadono soprattutto sulla donna.

Il bambino: un personaggio senza voce

Il personaggio più enigmatico del romanzo è naturalmente il bambino. Non parla, non agisce, non può opporsi alle decisioni degli adulti. Eppure, è continuamente presente.

Fallaci compie un'operazione narrativa interessante: attribuisce al bambino una voce indiretta. Tutto ciò che sappiamo di lui passa attraverso la madre, attraverso le sue parole e le sue interpretazioni. Il bambino diventa quindi contemporaneamente figlio, interlocutore e giudice.

È a lui che la donna deve spiegare il mondo. È per lui che cerca di giustificare le proprie decisioni. Ed è davanti a lui che deve affrontare la domanda più inquietante del libro: abbiamo il diritto di decidere che un'altra persona debba vivere?

Ma la domanda può essere rovesciata: abbiamo il diritto di chiedere a una donna di sacrificare la propria libertà in nome di una vita che ancora non ha scelto di esistere?

Il romanzo vive interamente dentro questa tensione, senza risolverla.

La maternità: né santuario né condanna

Uno dei meriti più evidenti del libro è il rifiuto di una rappresentazione sentimentale della maternità. Fallaci non nega la profondità del legame tra madre e figlio, ma rifiuta l'idea che la maternità debba necessariamente essere vissuta come compimento naturale dell'identità femminile. Nel 1975 questa posizione aveva una particolare forza. Il libro usciva in un'Italia attraversata da profonde trasformazioni sociali e culturali, nel pieno dei dibattiti sui diritti delle donne, sulla contraccezione, sull'aborto e sulla ridefinizione della famiglia. Fallaci intercetta questo cambiamento, ma non lo trasforma in un manifesto ideologico lineare. La sua protagonista non è una portavoce di una tesi: è una donna che dubita. Ed è forse proprio il dubbio la vera materia del romanzo.

La maternità appare come un'esperienza capace di mettere in crisi la stessa idea di libertà. La donna è libera di scegliere, ma ogni scelta comporta una responsabilità. Se decide di avere il figlio, dovrà accettare trasformazioni profonde; se decide di non averlo, dovrà confrontarsi con il peso della propria decisione.

Fallaci non semplifica questo conflitto. Al contrario, lo esaspera fino a renderlo quasi insostenibile.

Una donna che non vuole essere soltanto madre

È qui che la biografia dell'autrice acquista un particolare rilievo. Fallaci costruì la propria identità intellettuale e professionale in un ambiente prevalentemente maschile, imponendosi come giornalista in un'epoca nella quale per una donna occupare determinati spazi professionali era tutt'altro che scontato. La protagonista del romanzo porta con sé la stessa esigenza di autonomia. Non vuole essere definita esclusivamente dalla maternità. Non accetta che la gravidanza cancelli la donna che esisteva prima della gravidanza.

Questa posizione non equivale a un rifiuto della maternità. Ed è proprio qui che il libro diventa più interessante: Fallaci non contrappone semplicemente la donna alla madre; mostra il conflitto tra le due identità quando la società pretende che una debba necessariamente prevalere sull'altra.

La protagonista vuole essere madre senza smettere di essere individuo. È questa la sua richiesta più profonda.

Lo stile: la forza della voce

La forma del libro riflette perfettamente il suo contenuto. Fallaci sceglie una scrittura diretta, serrata, emotiva. La seconda persona permette alla protagonista di rivolgersi continuamente al figlio e trasforma il lettore in una sorta di testimone indiscreto della sua coscienza.

Non c'è una vera distanza narrativa: il lettore viene trascinato dentro il conflitto della donna.

Questa scelta produce anche alcuni eccessi. In certi passaggi la prosa può apparire enfatica, insistita, persino retorica. Ma sarebbe difficile considerare questi eccessi semplicemente come difetti: fanno parte della poetica della Fallaci, della sua idea di scrittura come gesto fisico e morale.

Fallaci non vuole soltanto raccontare un'esperienza: vuole farla sentire.

Ed è proprio questa intensità a spiegare la fortuna del libro, ma anche le reazioni contrastanti che può suscitare.

Un libro che non offre una risposta

Il valore di Lettera a un bambino mai nato non sta nella capacità di risolvere il problema che pone. Al contrario, il libro acquista forza proprio perché rifiuta una soluzione definitiva. Non è un testo che possa essere facilmente classificato come favorevole o contrario all'aborto, né come celebrazione o condanna della maternità. È, piuttosto, la rappresentazione letteraria di una coscienza posta davanti a una scelta impossibile. La domanda centrale non è dunque soltanto se la vita debba essere difesa o se la donna debba essere libera di scegliere. È più inquietante: quanto costa una scelta, qualunque essa sia?

La protagonista comprende che ogni decisione comporta una perdita. E questa consapevolezza costituisce la parte più adulta e più dolorosa del romanzo.

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