Ogni inizio fa paura. Sempre e a qualunque età. A dodici anni come a diciassette, ogni volta che si deve cominciare qualcosa si raccolgono le forze, si trattiene il respiro e si spera in bene.
Che si tratti di un tema da svolgere, di un colloquio d’esame, di chiedere a qualcuno di uscire o di trovare il coraggio di difendersi da un bullo, ogni partenza richiede strumenti, fatica e presenza. Per questo lavorare sugli incipit, in classe, non significa soltanto fare un esercizio di stile: significa mettere i ragazzi davanti a un foglio bianco — quanti ne incontreranno, poi, nella vita? — e spronarli ad abitarlo con i propri pensieri, le fragilità, le potenzialità e le emozioni.
È un esercizio di cittadinanza. Scrivo, dunque esprimo ciò che penso; scrivo e mi assumo la responsabilità di quello che firmo, sapendo che dall'altra parte c'è uno sguardo che legge. È un pensiero semplice, magari, ma è il mio. È un atto identitario che insegna ad attraversare il mondo a testa alta, con passo leggero ma sicuro. A partire da una prima frase.
Incipit al microscopio
La prima frase di un libro è come intravedere qualcosa dallo spiraglio di una porta: un frammento di verde brillante. Non sappiamo ancora se sarà una poltrona, un vestito o una pianta, ma quel verde è così magnetico da catturarci. Non sappiamo resistergli: dobbiamo aprire la porta e vedere cosa succede dopo. E una volta aperta, se superiamo la prima pagina — nella realtà o nella storia — siamo dentro.
La prima frase ci offre la promessa di una storia. Ma la promessa è importante e va mantenuta, perché ci chiede tempo e fatica, e deve avere un valore. Come ogni impresa che iniziamo nella vita, del resto.
Voci a confronto: Beatrice Masini e R.J. Palacio
La letteratura vive di romanzi epici e racconti brevi. Ogni autore definisce parola dopo parola la sua voce e vuole che l’ascoltiamo fino alla fine della storia.
Beatrice Masini, in Solo con un cane, ci fa aprire la porta e ci porge un fiore, un solo semplice fiore: «Cominciò con i gelsomini.» Quattro parole che creano subito una storia silenziosa, come fiori che non fanno rumore nel loro fiorire. La sua voce è un sussurro profumato, delicato, e ci dice che anche da una piccola e fragile pianta può scaturire un’avventura degna di essere vissuta.
R.J. Palacio in Wonder ci fa spalancare la porta con un incipit spiazzante: «Io non vi descriverò com'è fatto il mio viso. Qualunque cosa stiate pensando, è probabile che sia peggio» Ironico e caustico, fa parlare il suo protagonista con la schiettezza diretta di chi si guarda allo specchio e, per l’aspetto esteriore o interiore, non usa filtri. Questo suo non usare giri di parole ci fa entrare in una narrazione in cui il protagonista fa della sua diversità una risorsa. Wonder, meraviglia, è qualcosa che è degno di essere guardato: l’essere diverso, pur nella sua ferocia, fa maturare consapevolezza e costringe all’ironia per spirito di sopravvivenza.
La scrittura come cerchio perfetto
Se l’incipit ci permette di partire, un buon finale ci permette di chiudere il flusso di vita e scrittura. Il libro che sa farci aprire la porta ci permette infine di chiuderla. La magia riesce solo se l'attraversamento della narrazione e della vita ci restituisce una trasformazione, anche piccola e lieve: un po’ di coraggio in più, una frase da ripetere nei momenti difficili, un’emozione non ancora esplorata.
In Circe di Madeline Miller, l’inizio e la fine ci raccontano in modo chiaro la circolarità perfetta di una storia e la metamorfosi della protagonista.
«Nacqui quando ancora non esisteva un nome per quello che ero.»
La maga Circe viene esiliata nell'isola di Eea perché diversa, non abbastanza bella, non abbastanza dea, ma pericolosa creatrice di pharmaka (pozioni e veleni potenti). La sua è una condizione di complessa marginalità: non viene riconosciuta come dea nel pieno del suo significato, è malvista dalla famiglia e porta su di sé il peso di questo rifiuto. Al punto tale da non saper darsi un nome né un'identità.
«Per tutta la vita mi sono spinta avanti. Di un mortale ho la voce, che io abbia tutto il resto. Sollevo alle labbra la ciotola piena fino all'orlo e bevo.»
La frase finale restituisce il senso dell'intero cammino attraverso le difficoltà di una vita solitaria, circondata dalla natura e da pochi esseri umani. Da qui nasce la scelta: diventare umana, accogliere la propria natura e renderla finalmente mortale, ma consapevole. Rifiutare la dimensione divina — che l'ha sempre respinta — ed entrare a pieno titolo tra coloro che vivono ogni giorno come unico, irripetibile e prezioso.