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Pasolini e il consumismo: la profezia del nuovo fascismo nella società moderna

Pasolini e il consumismo: la profezia del nuovo fascismo nella società moderna

attualità
29 set 2026 4 min

Pasolini interpreta il consumismo come nuovo fascismo: non impone divise, ma produce una mutazione antropologica. Attraverso televisione e pubblicità omologa desideri, cancella il popolo di «Ragazzi di vita», uccide dialetti e lucciole, mercifica i corpi in Salò, anticipando l'uomo contemporaneo che esiste solo se compra e si mostra. Una riflessione sul tema sempre attuale della massificazione e della società contemporanea.

Per Pier Paolo Pasolini il consumismo non è un vizio. Secondo lui è qualcosa di più subdolo. È un nuovo fascismo, più efficace di quello in camicia nera che si è fatto conoscere con la marcia su Roma del 1922. Lo scrive tra il 1973 e il 1975, sulle pagine del «Corriere della Sera», in quelli che diventeranno i discussi «Scritti corsari» e «Lettere luterane.» «Il fascismo storico», dice Pasolini, «ti metteva una divisa. Ma dentro restavi quello che eri: contadino, operaio, con il tuo dialetto, i tuoi valori, il tuo senso del sacro.» Sì, le nuove forme di fascismo e di potere, quello dei consumi in rapida espansione, non ti costringe, ma acquista nuove forme, più intime, cesellando i tuoi bisogni e amplificandoli. Sì, il nuovo modello proposto dai media ti seduce, piace, conquista. Sì, il nuovo fascismo è seduttivo. Ti fa desiderare le stesse cose di tutti, attraverso la televisione e i nuovi format che la tecnologia mette a disposizione. E così ti omologa quasi senza che tu te ne accorga.

«La prima vera rivoluzione di destra in Italia», la chiamava. La borghesia non ha più bisogno di manganelli, ma ottiene i suoi effetti viaggiando sottotraccia, in modo silenzioso, sgusciando fra riflettori e pubblicità ben impostate. Basta il benessere proposto con i suoi slogan e le sue pubblicità e il gioco è fatto. Il dolore più grande per Pasolini è vedere sparire il popolo che amava quello della vita di tutti i giorni, del suo mondo quotidiano. In «Ragazzi di vita e di «Una vita violenta» i protagonisti erano ragazzi poveri, cresciuti in strada, a volte addirittura erano dei criminali, ma avevano una cultura, magari anche costruita nelle vie di Roma e nei momenti più inopportuni di un'esistenza fragile e precaria. Sì, quei ragazzi sapevano bene cos'era l'onore, la vergogna, la solidarietà, il rispetto e le gerarchie. Con il boom economico, quel mondo «della strada» viene definitivamente cancellato, spazzato via. Il ragazzo di borgata cessa così di essere quello che era da sempre e assume i tratti della modernità, veicolato da slogan con desideri sempre più ambiziosi sul suo benessere e gonfio di pubblicità. Vuole diventare così un piccolo borghese e conquistare quelle piccole comodità che il mondo moderno propone fatto di piccoli comfort e docili agi. I modelli non sono più quelli dell'amico che da sempre viveva con te in quella borgata o il ragazzo della porta accanto, ma quelli proposti dalla televisione e dal nuovo corso degli eventi che avanza inarrestabile. Il ragazzo di borgata vuole adesso il frigorifero, il televisore, i jeans e molto altro. Non si accontenta, è ingordo. Sì, diventa ingordo, non si accontenta più della sua vita, ma inizia a provare piacere in questo benessere iniziando a desiderare ben altro.

E per avere quei beni è disposto a tutto. Non per fame, come prima, ma per essere uguale agli altri per quella ricerca di omologazione. È una mutazione antropologica dice Pasolini. Questa mutazione costante e progressiva dice lo vediamo in ogni cosa. Nella lingua, prima di tutto dove ii dialetti spariscono inghiottiti da lingue sempre più omologate, sostituiti da un italiano finto, tecnico, pubblicitario. Nella scomparsa delle lucciole, metafora che usa per ricordarci che le lucciole non ci sono più perché l'inquinamento le ha uccise, così come è morta la cultura popolare di un'Italia che esce dalla Seconda guerra mondiale e si appresta a cambiare pelle. Anche al cinema lo racconta nel suoi film. In Salò o le 120 giornate di Sodoma, il suo film più estremo dove il consumo dei corpi è la metafora finale del consumo di tutto ciò che è possibile consumare. La sua a profezia è rimasta: oggi non esistiamo se non compriamo, se non mostriamo ciò che compriamo al mondo che ci circonda. Sì, l'uomo oggi è spesso ostentazione, espressione di un mondo fatto e legato sempre più intorno al tema dell'immagine. Pasolini lo aveva già intuito decenni fa: il mondo e il modello consumistico, anche se le televisioni all'epoca erano ancora in bianco e nero, è una delle perdite più importanti dell'uomo moderno.

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