Abbiamo già parlato su Glimmo.it di Oriana Fallaci in un mio articolo del 18 agosto e anche in una recensione di Giorgia Renna su un suo vecchio romanzo: Lettera a un bambino mai nato. Quello che propongo oggi ai lettori è invece uno dei suoi testi che reputo più diretti e crudi: La rabbia e l'orgoglio. Lo presento in occasione all'ormai imminente ricordo di un attentato che ha visto la morte di oltre 2700 persone e quasi 3000 se aggiungiamo gli altri due dirottamenti sul Pentagono e un altro schiantatosi in Pennsylvania.
«La rabbia e l'orgoglio» , nasce inizialmente come articolo sul Corriere della Sera dopo l'attentato dell'11 settembre 2001 alle Torri Gemelle. E' diventato solo successivamente un libro di denuncia. Per chi non lo conoscesse è possibile definirlo un pamphlet autobiografico e dal tono decisamente polemico. La Fallaci parte dallo shock per l'attentato alle Torri Gemelle, abbattute dal dirottamento di due aerei di linea dell'American Airlines, e dalla rabbia per come, a suo dire, l'Occidente stava reagendo con debolezza e autocensura di fronte alla cronaca e ai fatti dell'epoca. Fatti che vedevano il sostegno USA a Israele contro i palestinesi (attualmente è ancora così), le sanzioni americane all'Iraq dopo la Guerra del Golfo, la presenza di basi militari statunitensi in Arabia Saudita dove si trova La Mecca, città sacra per il mondo islamico.
Il nucleo del libro è una difesa intransigente della cultura occidentale, laica, razionale e cristiana nelle sue radici, che per l'autrice rischia di soccombere per colpa di due nemici: da un lato il fondamentalismo islamico, che definisce una realtà violenta e incompatibile con la democrazia, e dall'altro il relativismo culturale e il buonismo di una parte della sinistra europea, colpevole di non non essere in grado di vedere il pericolo ormai alle porte. La giornalista rievoca la sua vita di inviata di guerra nei posti più diversi del mondo e dell'esperienza accumulata, il suo incrollabile ateismo, il suo amore per Firenze e per l'Italia, e racconta episodi anche personali. Uno su tutti è l'intervista all'ayatollah Khoemini del 1979, quando di fronte a lui, per protesta per come era stata trattata, si toglie il chador definendolo uno straccio. Lo stile è diretto e il linguaggio non è per nulla mediato, senza filtri, volutamente eccessivo. La Fallaci usa deliberatamente la rabbia come strumento per costruire questo testo e per difendere la propria cultura. Il libro ha venduto oltre un milione di copie ed è diventato un caso editoriale nonché politico: osannato da chi ci ha visto un grido di risveglio dell'Occidente di fronte a una crociata contro il mondo Occidentale, criticato duramente da chi lo ha accusato di generalizzazioni e islamofobia. Da qualunque punto lo si guardi «La rabbia e l'orgoglio» resta un esempio di espressione, forte e chiara, di un pensiero che mira a tutelare, preservare e valorizzare una cultura, un'identità, la nostra.