Sono seduto sulla panchina del binario 9. Le lancette hanno già fatto un giro intero da quando sono qui. Il treno delle 17:05 è passato da un pezzo ma lei non è scesa.
Ho il giornale sulle ginocchia, ogni tanto lo sfoglio per non sembrare uno che aspetta, ma caspita se aspetto.
Ogni tanto guardo il telefono. Nessun nuovo messaggio. Solo quello di ieri sera: “Arrivo domani alle 17:05. Aspettami lì, con la sciarpa rossa, il binario sai qual è.”
L'avrò riletto almeno cento volte. Non ho mai cancellato il suo numero e lei lo sapeva. Lei, ora, dopo anni, dopo il silenzio.
Intorno, la stazione vive la sua solita vita: valigie, voci, schiamazzi, passi. Ma io non sento niente; è tutto ovattato, come se l’aria si fosse fatta più densa. Aspetto. Aspetto con lo stesso nodo allo stomaco di tanti anni fa, quando lei mi stava aspettando in quella stazione, allo stesso binario, con una valigia in una mano e il cuore nell'altra. Dovevo raggiungerla, partire con lei, cominciare una nuova vita insieme. Invece non andai. Per paura, per vigliaccheria, per codardia travestita da prudenza.
Lei mi aveva scritto, chiamato, supplicato, poi aveva smesso. E ora, dopo tutto quel tempo, un messaggio. Come una luce nel buio. Perché mi ha chiesto di incontrarla?
Alle 18:45 un capotreno mi si avvicina. È un uomo dagli occhi gentili con in mano una busta.
“È per lei,” mi dice, “me l’ha lasciata ieri una signora, mi ha detto di darla all’uomo con la sciarpa rossa seduto sulla panchina del binario 9”.
Non rispondo nemmeno e afferro la busta. Sono confuso, eccitato e con le mani tremanti. Dentro, un foglio piegato in tre.
"Hai aspettato? Bene. Ora sai cosa vuol dire. La vendetta è un piatto che si serve freddo, e oggi fa piuttosto freddo, non trovi? Non preoccuparti, la cosa finisce qui, volevo solo chiudere il cerchio." Firmato: B.
Ho letto e riletto quel messaggio. Il cuore mi batteva forte, in un modo che faceva male: non sarebbe mai arrivata. Aveva solo voluto che provassi l’attesa, la stessa che lei aveva conosciuto anni prima, quando l’avevo lasciata lì, con gli occhi fissi verso il binario ad attendere qualcuno che non sarebbe mai arrivato.
Il cielo comincia a scurirsi ma io resto ancora un po’ qui, seduto con la busta sulle ginocchia. Me la sono voluta, certe azioni prima o poi si scontano.
Il binario 9 è diventato la mia penitenza, dove il cerchio si è chiuso e questa volta per sempre.
«Alberto Cristofori: tradurre un testo è un'arte complessa»
di Stefano De Vecchi