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Racconto della community Racconto contemporaneo

«Cuori sotto la neve»

17 settembre 2026
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Foto di Erik Mclean su Pexels

Una piccolo thriller ambientato in montagna che vi porterà piano piano in una tragedia familiare. Il freddo e la neve copriranno i peccati unendo i cuori di chi soffre.

Il rifugio era sepolto sotto mezzo metro di neve. Le finestre, piccole e spesse, lasciavano filtrare una luce azzurra e gelida. Il silenzio lì non era una semplice assenza di suoni: era qualcosa di vivo, che si insinuava tra le travi del soffitto, respirava piano tra le assi del pavimento, osservava ogni movimento.
Nora viveva lì da tre inverni. Nessun telefono, niente internet, solo una vecchia radio a onde corte e una stufa a legna che doveva nutrire più volte al giorno come fosse una creatura affamata. Aveva cinquantasei anni, spalle larghe, mani dure. Parlava poco anche con sé stessa. Capelli ambrati raccolti in una lunga treccia che le oscillava ad ogni passo e il viso segnato dal vento della montagna con rughe che le solcavano la pelle indurita. Gli occhi però, due frammenti di agata verde, si incastonavano perfettamente in quel volto scolpito dalla montagna.
Un tempo era stata una guida alpina, tra le più stimate della regione. Poi era arrivata l’estate maledetta, e il nome di Nora aveva smesso di circolare nei rifugi e sulle pareti. Non era stata una condanna ufficiale, piuttosto un silenzio che l’aveva inghiottita piano, come la neve inghiotte le tracce.
Ora il rifugio era suo. Chiuso al pubblico, ufficialmente “in ristrutturazione”. Ma a nessuno importava davvero. I pochi che ancora salivano fin lassù la consideravano una donna strana, forse un po’ pazza. E lei non faceva nulla per smentirli.
Accadde al crepuscolo, quando il vento era solito alzarsi all’improvviso e graffiare le pareti con dita gelate.
Nora stava tagliando la legna sul retro del rifugio, quando udì tre colpi netti alla porta. Si immobilizzò. Lassù non arrivava mai nessuno d’inverno, e tanto meno a quell’ora.
Appoggiò l’ascia, si pulì le mani sul grembiule e aprì.
Una figura sottile, avvolta in una giacca troppo grande, le stava davanti. Il viso era arrossato dal freddo, i capelli incollati alla fronte dalla neve fusa. Aveva lo sguardo di chi ha corso a lungo e non sa più dove andare.
La fissò in silenzio aspettando che parlasse.
“Posso entrare?” chiese la ragazza. La voce le tremava.
Nora la osservò a lungo, come se dovesse pesare ogni cosa: il tono della voce, le scarpe infangate, lo zaino sdrucito che portava in spalla. Poi si scostò dalla porta.
“Il rifugio è chiuso.” rispose Nora in tono brusco e scostante.
“Ti prego. Sono sfinita e fa freddo da morire.”
La voce della ragazza era un sibilo soffiato via dal vento.
“Solo per stanotte” rispose Nora in tono brusco.
La ragazza non ringraziò, si limitò a entrare, stringendosi le mani gelide sotto le ascelle. Quando fu dentro, Nora chiuse la porta e rimase un momento immobile a guardarla, come si guarda un animale ferito.
“Come ti chiami?”
“Lidia.”
“Cosa ci fai qua su? Questo non è un posto per una passeggiata della domenica!”
“Ho camminato tutto il giorno. Sono sfinita.”
“Ma dove stai andando?”
“Non lo so. Mi sono persa.” Lidia la guardò senza proferire parola, colpita dalla durezza con cui quella donna l’aveva accolta.
Nora le indicò una sedia vicino alla stufa. Prese una coperta, gliela mise sulle spalle, e accese una seconda lampada a petrolio.
“Non ho molto da offrirti. Minestra e silenzio. Non è un monastero questo ma gli si avvicina parecchio”.
Lidia abbozzò un sorriso. Forse il primo da giorni.
“Va bene così.”
Nei giorni che seguirono, Lidia non fece domande. Dormiva su una brandina vicino alla stufa, aiutava a portare la legna, cucinava in silenzio. Nora, abituata alla solitudine, sopportava a stento la sua presenza.
Una mattina, mentre spazzava la neve dalla soglia, Lidia parlò.
“Quando ero piccola, pensavo che la neve fosse viva. Che coprisse tutto per proteggere e nascondere segreti.”
Nora non rispose. Ma qualcosa, in quella frase, le rimase dentro.
La sera stessa, mentre riparava un vecchio armadietto, trovò Lidia con in mano una delle sue fotografie. Era l’unica che avesse lasciato esposta: una giovane Nora, sorridente, accanto a una ragazza dai capelli rossi irriconoscibile per quanto la foto era consumata.
“Chi è?” chiese Lidia.
Nora prese la foto con calma fissandola a lungo come se non la riconoscesse.
“Una che non c’è più.”
“Morta?”
“Scomparsa…”
Un lungo silenzio cadde tra loro rotto solo dalla legna che scoppiettava nella stufa.
“Anche io vorrei scomparire da tutto e da tutti” disse Lidia, all’improvviso.
Nora non alzò nemmeno lo sguardo.
“Stai scappando da qualcuno?”
“Sì e verrà qui, ne sono sicura. Sta cercando di riportarmi giù. Ma io non ci torno. Non ci torno più.”
Ci fu qualcosa, nella voce della ragazza, che fece stringere la gola a Nora. Non era paura. Era altro. Un suono che conosceva fin troppo bene: odio.
“Non ti chiederò niente. Ma qui non sei al sicuro soprattutto se stai mentendo.”
Lidia la guardò negli occhi. Per la prima volta, sembrò davvero presente.
“Non ho mentito. Ma...”
“C’è dell’altro…l’avevo intuito. Me lo dirai quando sarà il momento. La montagna insegna ad aspettare con pazienza.”
Arrivò tre giorni dopo. Era mezzogiorno, ma il cielo era basso, grigio, e la neve cadeva fitta come cenere. Nora stava sistemando i viveri nel deposito quando sentì il cane abbaiare.
Si affacciò alla finestra e lo vide: un uomo alto, avvolto in un pesante cappotto scuro, saliva lentamente lungo il sentiero, con passi sicuri, come se conoscesse la strada.
Lidia era in cucina. Appena lo vide, sbiancò.
“È lui” sussurrò. “Ti prego, non aprire.”
Ma Nora aveva già la mano sulla maniglia. Aprì la porta prima ancora che l’uomo potesse bussare.
“Buongiorno…” disse lui. Aveva la voce calda, affabile. Quella di chi sa come si parla alla gente.
“Mi chiamo Matteo. Sto cercando mia moglie.”
Nora non si scostò dall’ingresso.
“Qui non c’è nessuna donna oltre me.”
L’uomo fece un mezzo sorriso, come se sapesse che mentiva.
“Ho seguito le tracce. È salita fin qui. Sta bene? Non voglio farle del male, davvero. È solo molto confusa.”
“Lo è…” tagliò corto Nora.
Matteo la studiò con attenzione, poi aggiustò la sciarpa.
“Lei non sa tutta la verità. La nostra non è una famiglia come le altre, è vero. Ma non siamo mostri. E lei non è chi dice di essere. Le ha mentito.”
Nora non rispose. Lo guardò dritto negli occhi.
“Se non se ne va, domani troverà la sua macchina sepolta sotto un metro di neve.”
Chiuse la porta senza aspettare risposta.
All’interno, Lidia tremava.
“Tu non capisci, Nora. Se torno con lui, mi farà tacere per sempre. Come la mia amica.”
“Amica?”
Lidia annuì.
“Era più grande di me. Tre anni fa è “scomparsa”. Nessuno ha fatto domande. Io le ho fatte e allora mi hanno detto che anche io ero malata. Che mi immaginavo tutto...”
Nora si sedette lentamente. I pezzi cominciavano a combaciare, ma con un’immagine sbagliata. Come se il puzzle fosse un altro.
“Dimmi il suo nome!” disse. “Quello della tua amica.”
“Elena. Elena Faroni.”
Il sangue le uscì dal viso come risucchiato dal vento. Nora si alzò in piedi, lentamente. Si avvicinò alla foto appesa sul muro. La prese tra le mani.
“Elena era con me, tre anni fa. In quell’estate. Era la mia allieva.”
Nora aveva conosciuto Elena durante un corso di alpinismo avanzato. Era la più giovane del gruppo, ma anche la più determinata. Rideva sempre, anche quando la pioggia gelata scendeva a secchiate e le corde sembravano tagliare le mani. Tra loro nacque qualcosa che Nora non osava nemmeno nominare: un’affinità profonda, silenziosa, che cresceva tra le rocce e le notti sotto le stelle.
Poi venne l’incidente.
Era una scalata semplice, almeno sulla carta. Ma quel giorno il vento girò, il tempo cambiò in fretta. Elena era in cordata con Nora quando un sasso cedette sotto il piede. La caduta fu breve, ma violenta. Quando Nora la raggiunse, Elena era viva anche se in gravi condizioni.
Fu lì, in quel silenzio teso tra due pareti di roccia, che la ragazza le sussurrò: “Grazie, per questa ultima avventura.”
Nora non ebbe il tempo di risponderle e tantomeno di capire quello che voleva dire.
Elena fu portata via in elicottero e da quel momento… sparì. Nessuna cartella clinica, nessun referto.
Dicevano solo che la sua famiglia l’aveva portata in una clinica privata e null’altro. Nora provò a cercarla. Chiamò, scrisse. Ma non ottenne nessuna risposta. Solo il silenzio. Elena era sparita come dissolta nel nulla.
Fu allora che decise di salire al rifugio e non scendere più. Aveva perso non solo un’allieva ma molto di più.
Non fu facile per lei dimenticare e forse non ci riuscì veramente mai. Il senso di colpa la perseguitava e quell’ultima frase detta piano, appena sussurrata, non riusciva proprio a capirla.
La neve continuava a cadere quando Nora, sveglia nel cuore della notte, si alzò per bere un bicchiere d’acqua.
Passando davanti al tavolo, notò lo zaino di Lidia, lasciato aperto. Un dettaglio le sfuggiva da giorni — qualcosa nella voce della ragazza, nei suoi gesti — e ora sentiva quella sensazione pungente, come quando ci si accorge di un sentiero sbagliato troppo tardi.
Si avvicinò.
Dentro lo zaino, tra un paio di guanti e un vecchio diario, trovò una tessera sanitaria. Il nome non era Lidia ma Chiara Faroni.
Lei era la sorella di Elena, non una semplice amica. Ecco cosa le stava sfuggendo: la loro era una debole somiglianza. Elena aveva capelli rossi, un viso tondo cosparso di lentiggini mentre Lidia, o per la precisione Chiara, capelli scuri, occhi marroni che facevano da contorno ad un viso dal colorito pallido.
Aprì il diario, sfogliò le prime pagine. Non erano scritte da una ragazza in fuga, ma da una mente lucida, quasi clinica. C’erano appunti su lei — su Nora.
“Estate 2020. Elena F. – ultima menzione pubblica: corso alpinismo, istruttrice N.V.”
“Nora Valli – isolata dal 2021. Possibile legame affettivo.”
“Obiettivo: ottenere testimonianza o confessione.”
Nora chiuse il diario. Rimase immobile. Il cuore le batteva forte, ma non per paura: per rabbia. Aveva abbassato la guardia. Dietro di lei, la voce di Lidia. O meglio: della sconosciuta.
“Lo so che lo hai letto.”
Nora si voltò.
“Chi sei?”
La ragazza scese l’ultimo gradino, scalza. Il viso ombrato dalla luce fioca della stufa.
“Mi chiamo Chiara. Elena era mia sorella. Prima che scomparisse io l’ho sentita piangere per giorni, dire il tuo nome. Era ossessionata da te. Forse il trauma della caduta che l’aveva costretta per sempre sulla sedia a rotelle l’ha sconvolta. Non poteva tornare qui da te in quelle condizioni. Così ho cercato. Ho raccolto pezzi. E sono venuta qui.”
“Per farmi pagare la mia colpa?”
Chiara scosse il capo.
“Per capire. Credo lei ti amasse come una sorella: più di me.”
Il giorno dopo, Nora non disse nulla. Preparò la colazione, mise legna nella stufa, uscì a spalare la neve. Chiara la seguiva in silenzio, come se sapesse che ogni gesto era una forma di risposta.
Nel pomeriggio, mentre il cielo si apriva in uno squarcio pallido, Nora prese la vecchia cassetta di latta sotto una trave del tetto. Dentro, fotografie sbiadite. Una di Elena, in cima a una cresta, il sole in faccia.
“Non l’ho lasciata” disse Nora, porgendogliela.
“Ho provato. L’ho cercata ma nessuno mi ha mai risposto. Volevo sapere come stava, che fine avesse fatto…”
Chiara sfiorò la foto con le dita.
“A me puoi raccontarlo. Io non ti giudicherò.”
Nora scosse il capo.
“Non voglio raccontarlo. Voglio rimettere insieme i pezzi. Aiutami a trovarla.”
Chiara alzò lo sguardo.
“Vuoi veramente trovarla?”
“Sì.”
Quella notte, mentre la neve smetteva di cadere e la luna si faceva largo tra le nuvole, due donne preparavano gli zaini. Non per fuggire. Ma per tornare indietro. E trovare la verità sotto la neve.
Uscirono all’alba e avevano appena fatto pochi passi lungo il sentiero che Nora si fermò.
Qualcosa non andava. Stava guardando al lato del sentiero come se avesse notato qualcosa sulla neve ghiacciata. Alzò lo sguardo e vide l’uomo che era sbucato da un angolo del rifugio con le mani alzate in segno di pace.
“Non voglio farle del male, Nora. Ma mi dia ascolto per l’amor di Dio…mia moglie è…”
Non riuscì a finire la frase perché Chiara la colpì dritta alla schiena con il suo zaino facendola ruzzolare fino al bordo del sentiero pericolosamente vicino al precipizio che si apriva su uno strapiombo di cinquanta metri.
“Ora pagherai. È stata tutta colpa tua. Elena è morta. Non c’è più! Tu l’hai uccisa! Tu!”
Urlando queste parole con un odio feroce si gettò su Nora colpendola con calci e pugni cercando di spingerla giù nel precipizio.
Matteo era letteralmente impietrito, immobilizzato dal terrore nel vedere sua moglie completamente impazzita, animata da una furia assassina.
Nora si proteggeva la testa con le braccia cercando di parare i colpi ma la ferocia di Chiara era tale da non lasciarle respiro.
“Fermati Chiara! Non è stata colpa sua! Lo sai che tua sorella era malata. Lo sai!” urlò Matteo cercando di sovrastare le urla di violenza di Chiara.
“No, è tutta colpa sua!”
“Elena è morta per la SLA! Lo sai! Lo sai anche tu!” le urlò Matteo con tutto il fiato che aveva in gola.
“No, non è vero! È stata colpa di Nora. La caduta l’ha uccisa!”
Matteo alzò una mano in alto facendo risplendere alla luce rossastra dell’alba il diario che era fuoriuscito dallo zaino che Chiara usava a mo’ di arma contro Nora.
“Leggi, leggi da sola quello che, tua sorella, ha scritto nei suoi ultimi momenti di vita!’”
Chiara arrestò per un attimo la sua ira e con occhi rossi, pieni di lacrime guardò suo marito fissando il diario che teneva alzato come fosse una preziosa reliquia.
“Cara sorella, non ho più molto tempo ma voglio dirti che questi ultimi mesi li ho vissuti mordendo la vita a pieno. So che tu eri contraria al mio viaggio in montagna ma lì ho trovato la pace, la gioia di non pensare alla mia fine. Ho conosciuto una donna splendida, Nora, che mi ha fatto capire quanto sia bello lasciarsi andare e cercare di superare i propri limiti. Ho usato tutte le mie energie per vivere quest’ultima avventura perché potessi morire avendo negli occhi la bellezza della montagna.
Avrei voluto conoscere Nora meglio e sono sicura che saremmo state ottime amiche, forse sorelle ma la vita ha deciso diversamente per me. Non sono arrabbiata, forse lo ero prima del viaggio in montagna ma ora, qui, su questo letto di ospedale mentre scrivo con fatica non rimpiango nulla di ciò che ho fatto.
Nora non ha colpe. Ho lasciato io la presa.
Volevo andarmene perché lo avevo deciso io non perché una malattia mi sta uccidendo. Cerca di perdonarmi e se andrai mai in montagna chiedi perdono a Nora per me.
Lei è una seconda sorella ma tu sei il mio sangue.
Vivi senza paure…fallo anche per me.”
Chiara era stramazzata sulla neve, in ginocchio con la vista appannata dalle lacrime amare che le rigavano il viso cadendo sulla neve come pioggia. I singhiozzi le scuotevano il corpo e non aveva più forze per respirare.
Nora si era rialzata reggendosi a Matteo che nel frattempo si era liberato dalla prigione in cui era finito nel vedere la pazzia di sua moglie.
Nora si inginocchiò accanto a Chiara e accostò la fronte alla sua avvolgendola in un abbraccio.
I loro cuori battevano uniti sotto la neve che aveva ripreso a scendere coprendo i loro peccati.

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