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Portrait of a bald child wearing a red cape and blue face paint, embodying strength and courage.
Racconto della community Racconto contemporaneo

«La quercia dei sogni»

8 settembre 2026
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Foto di cottonbro studio su Pexels

Danilo dirige a Trieste la Onlus "La Quercia dei sogni", un’organizzazione dedicata a realizzare i desideri di bambini gravemente malati, donando loro momenti di gioia e speranza. Nonostante il dolore profondo per la recente scomparsa del giovane Enrico, un caro amico a cui era molto legato, Danilo continua con dedizione la sua missione, consapevole che, anche quando non è possibile guarire, restituire un sorriso ai piccoli pazienti rappresenta un vero e proprio miracolo.

Il nevischio luccicava sotto i fasci di luce che uscivano dalle finestre del piano terra. Al primo piano era accesa la luce dell’ufficio direzionale. Danilo era rientrato in ritardo. Si tolse il cappotto. Si sedette alla scrivania, con gli occhi lucidi, ripensando ai sorrisi di tanti bambini segnati dalla vita. Da otto anni, Danilo gestiva “La Quercia dei sogni”, una Onlus con una missione: salvare i bambini gravemente malati che non avrebbero avuto possibilità di sopravvivenza. Un compito arduo per Danilo, quel compito utile a realizzare miracoli sperando nel più grande di tutti: la guarigione. La società viveva di libere contribuzioni di cittadini, banche e programmi televisivi locali: quanto bastava per sopravvivere annualmente.
Nel cuore di Trieste, a pochi passi dal Teatro Verdi, in un palazzo ottocentesco, la fondazione lavorava senza sosta con compiti anche difficoltosi: esaudire le richieste dei piccoli pazienti con prognosi infausta. Un lavoro sudato, per così dire, ma sempre concluso nel migliore dei modi.
Nella solitudine del suo ufficio, Danilo volse altrove lo sguardo sgomento, finché fissò i visi sorridenti di alcuni bimbi “scomparsi” nelle fotografie appese alle pareti: erano testimonianze che impegnarsi nella Onlus valeva sempre la pena.
Danilo era estremamente meticoloso in ciò che faceva. Nonostante le gravi patologie che ne minacciavano la sopravvivenza, non tutti i bambini i cui desideri venivano raccontati erano in pericolo di vita imminente. Mai chiedere al fondatore quanti bimbi aveva seppellito sotto la “Quercia dei sogni”. Non lo direbbe. Fingerebbe d’avere scordato la domanda. Poiché la bacchetta magica non poteva ridare la vita, c’era chi preferiva seppellirle. Riusciva a restituire il sorriso e, non di rado, la salute ai piccoli malati che, pieni di speranza, a lui si rivolgevano.
I bambini ricoverati in ospedale facevano sogni particolari: desideravano trascorrere una giornata in un maneggio, oppure incontrare un attore, un personaggio della TV o un calciatore; oppure, ancora, salire sulle ruspe, su un peschereccio, su una portaerei, o pilotare un carro armato, un aereo, un treno; o salire su una Ferrari, o diventare pompiere, poliziotto; o essere tenuti per mano dal Capo dello Stato. Il sogno di molte bambine era diventare principesse per un giorno; ed era facile soddisfare questi loro sogni.
Danilo dimostrava che l’impossibile, a volte, era possibile.
Vari medici ebbero occasione di confidarsi con lui: "Magari non lo sapete, ma state donando a molti un intero anno di vita supplementare!" A volte erano i medesimi medici di vari ospedali regionali che lo contattavano nei momenti difficili, quando s’accorgevano che i loro pazienti non desideravano più lottare. Danilo gestiva ogni aspetto del lavoro grazie al supporto dei suoi collaboratori: uniti per restituire ai malati un pezzo d’infanzia e farli sorridere ancora ai loro genitori.
Ora come ora, Danilo stava lì, nel suo ufficio a smaltire il dolore nell’anima. Aveva appena perso il suo amico più caro, Enrico, che soleva chiamarlo ogni mattina alle dieci per raccontargli molte cose, anche se già dette. Basta, tutto si era concluso! Il ricevitore non sarebbe più stato sollevato. Per un istante restò immobile a guardare la stanza immersa nella semioscurità. All’improvviso gli sembrò di scorgere il viso di Enrico: un viso forte e deciso, ma gli occhi erano supplichevoli.
L’ultima sera, Enrico chiese un foglio e scrisse: “4 febbraio, ore 17.20. Cari papà e mamma, scusatemi, ma questa volta sono io a invocare la morte, forse l’unica che può mettere fine alle mie sofferenze. Vi voglio bene, ve ne vorrò sempre. Vostro Enrico.” Poi, il ragazzino perse conoscenza e si assopì. Al mattino lo trovarono morto. Aveva tredici anni. Sognava di visitare la base militare di Aviano, di volare su un aereo da combattimento. Aveva anche dettato il menù della cena di gala in suo onore: frittata primavera, patatine col ketchup, gelato al cocco: tutto quello che non poteva mangiare! Sarebbe dovuto essere ospite stamane alla base. I top gun gli avevano cucito la tuta da volo su misura. Non ce l’aveva fatta a indossarla: se n’era andato per sempre, “tra le nuvole celesti”.
I piloti americani si erano precipitati presso la sua abitazione, situata a venti chilometri da Venezia. Avrebbero voluto vestirlo per il funerale, ma scoprirono che Enrico era già stato preparato. Gli annodarono intorno al collo il foulard del gruppo e appoggiarono i gradi sul petto. Anche Danilo ebbe la gratitudine di presenziare alle esequie dell’amico. Vide piangere il caporal maggiore mentre appuntava al petto del morto una decorazione, e gli tremavano le mani mentre compiva il gesto. Gli ufficiali piloti, con i lucciconi agli occhi, stavano rigidi sull’attenti. Dopo questo avvenimento, un’espressione d’ansia spuntò sul viso di Danilo, come se dovesse trattenere le lacrime.
Ricordi carichi di inquietudine! Nel suo ufficio deserto, dove un tempo discuteva al telefono con i medici dei piccoli pazienti depressi, Danilo appariva ora irrequieto. Continuava ad alzarsi per guardare fuori dalla finestra. Non permetteva mai che i sogni interferissero con il suo lavoro nei reparti ospedalieri; non c'era niente di più triste. Spesso, prodigandosi per i piccoli malati, inseguiva sogni ambiziosi, prediligendo soggiorni in alberghi eleganti e cene dai menu raffinati. Non gli si erano mai presentate vere occasioni per immergersi in questo stile di vita agiato: i piccoli malati sapevano far svanire il suo desiderato ozio.
Era fondamentale che i genitori e gli eventuali fratelli del piccolo paziente partecipassero agli incontri. Condividere i ricordi felici con i propri cari aiutava il bambino a ritrovare serenità. Faceva parte della terapia.
Danilo si versò una dose abbondante di cognac; forse quello lo avrebbe aiutato a prendere sonno più facilmente. Sorseggiando il liquore, andò di nuovo alla finestra e guardò nella notte. Qua e là, nelle case lungo la strada, qualche luce era ancora accesa. Poteva essere uno studente in vista di un esame, qualcuno colto da un malore o una persona che rientrava a casa di notte dopo un incontro segreto.
Rimase sveglio a lungo, desiderando il ristoro del sonno. E, finalmente, al sorgere dell’alba, si sdraiò sul grande divano solitario e chiuse gli occhi.
Alla parete, una targhetta citava: “Il bello dei miracoli è proprio che non hanno limiti.”

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