Salta al contenuto principale
3.85k
Accessi
113
Pagine mese
276
Articoli letti
A man in dark clothing holds a pocket watch on a dimly lit street at night.
Racconto della community Racconto thriller / noir

«Sherlock Holmes e il testamento di Alderley»

15 settembre 2026
46 visite

Foto di Vincent Santamaria su Pexels

Sono un appassionato di Sherlock Holmes, di Arthur Conan Doyle e di quelle storie in cui un dettaglio apparentemente insignificante può cambiare completamente il significato di un caso. Ho scritto Sherlock Holmes e il testamento di Alderley per tornare, con rispetto e curiosità, nell’universo di Holmes e Watson, cercando di ricrearne l’atmosfera, il linguaggio e soprattutto il piacere della deduzione. Se amate i misteri, le vecchie case inglesi, i testamenti impossibili e quei casi in cui nulla è esattamente ciò che sembra, spero che Alderley possa conquistarvi. Questo è soltanto l’inizio. Se Holmes vi farà venire voglia di continuare a seguirlo, il caso avrà ancora molto da raccontare.

Sherlock Holmes e il testamento di Alderley
un caso inedito del dottor John H. Watson
Reginald Musgrave

Nota sul testo
Il quaderno da cui è tratto questo racconto comparve nel 1931 nella vendita all’asta della biblioteca di Alderley Hall, nel Cheshire, dispersa alla morte dell’ultima proprietaria. Figurava in catalogo al numero 412, fra un atlante del Faden e una raccolta di sermoni, così descritto: «Quaderno in quarto, cc. 214, mezza tela verde, manoscritto di mano inglese ottocentesca, opera narrativa, non identificata.» Fu aggiudicato per diciotto scellini.
Le carte sono di mano del dottor John H. Watson: il confronto con gli originali noti non lascia margini di dubbio quanto alla grafia, alla punteggiatura e a certe abitudini di abbreviazione. Si tratta di una copia in bella, eseguita con cura e senza pentimenti, ricavata da appunti anteriori che non ci sono pervenuti.
Sulla prima carta, in matita e in altra mano — piccola, inclinata, ferma — sta scritto: «Per la signorina R., che ha il diritto di leggerlo e nessun obbligo di lasciarlo leggere.» È la sola ragione, credo, per cui il caso di Alderley non figura fra quelli pubblicati: Watson lo scrisse, lo copiò una volta sola e lo consegnò alla propria cliente, la quale visse fino al 1929 e non ne fece nulla.
Il mio intervento è stato quello ordinario di un curatore. Ho sciolto le abbreviazioni, uniformato le virgolette e ricondotto la punteggiatura all’uso corrente dove l’originale esitava. Non ho toccato le date, che in un punto si contraddicono, né ho corretto la nota discrepanza circa la ferita di guerra dell’autore: sono difetti suoi, e gli somigliano.
Chi cerchi in queste pagine la mano di un letterato resterà deluso. Vi troverà un medico che scriveva bene perché aveva qualcosa da raccontare, e che una volta, in una chiesetta del Cheshire, ha avuto paura.
R. M.
PARTE PRIMA
La clausola
I. Una cliente che non chiede nulla
Fra i molti casi che il mio amico Sherlock Holmes ebbe a trattare nell’autunno del 1889, nessuno lo divertì quanto quello di Alderley, e nessuno gli lasciò un simile disgusto. Ho atteso molti anni prima di scriverne, e quando infine mi ci decisi non fu per il pubblico: copiai queste pagine in bella grafia, in un solo esemplare, e le consegnai alla sola persona che avesse il diritto di leggerle. Se un giorno usciranno dal cassetto in cui furono chiuse, sarà perché di quanti vi compaiono non resterà più nessuno che possa averne danno; e perché mi parrebbe una seconda ingiustizia lasciare che un’intera contea seguitasse a ricordare Sir Hugo Alderley come un vecchio uscito di senno.
Nell’ottobre di quell’anno mia moglie era partita per l’Hampshire, presso una zia che la reclamava da mesi con l’insistenza di un atto notarile, e io avevo ceduto senza gran resistenza all’invito di Holmes. Anstruther, che possedeva la compiacenza dei giovani medici ai quali gli ammalati non bastano mai, si prese la mia clientela di Paddington; e per tre settimane tornai a essere quello che ero stato prima del matrimonio: un uomo che faceva colazione tardi in una stanza disordinata, in compagnia della persona più difficile e più interessante che avessi conosciuto.
Il lunedì quattro di novembre fu una di quelle mattine in cui Londra si sveglia lavata. Aveva piovuto tutta la notte; alle nove il cielo era di un azzurro duro e la luce entrava dalle nostre finestre con una precisione quasi indiscreta, mettendo in evidenza il tappeto bruciacchiato davanti al caminetto, la pantofola persiana in cui Holmes teneva il tabacco e il mucchio di corrispondenza non aperta che egli trafiggeva al centro della mensola con un temperino da innesto. Holmes aveva finito di far colazione prima che io scendessi, e sedeva nella sua poltrona con le gambe raccolte sotto di sé e sei giornali aperti intorno, nell’atteggiamento di un uomo che pesca in un fiume dove sa benissimo che non c’è nulla.
«Le rubriche degli avvisi personali», disse senza alzare gli occhi, «sono l’unica letteratura inglese che si scriva ancora in buona fede. Senta questo: “Vedova di modeste sostanze desidera corrispondere con gentiluomo di solidi principi.” Ecco un delitto in preparazione, Watson, ma non è il nostro. E questo: “Se il proprietario del cane bianco visto in Warren Street domenica vorrà rivolgersi al sottoscritto, apprenderà qualcosa di suo vantaggio.” Il proprietario del cane bianco non si rivolgerà a nessuno, e farà bene.»
«Non ci sono delitti, dunque.»
«Ci sono in quantità. Non ce ne sono di intelligenti.» Ripiegò il giornale con quel gesto secco che gli era abituale quando aveva deciso di essere di cattivo umore. «Da undici giorni la posta del mattino non mi porta che casi di gente che ha perduto qualcosa e sa benissimo dove. Le giuro, Watson, che se dovessi ancora una settimana vivere di lettere anonime e di cani bianchi, comincerei ad avere una certa simpatia per il professore.»
«Il professore?»
Egli si limitò a guardarmi al di sopra della pipa, e non rispose. Ho poi avuto ragione di ricordare quel silenzio; ma allora la cosa mi parve soltanto una delle sue affettazioni, e mi rimisi a leggere il resoconto della partita.
Non erano ancora le dieci quando udimmo il campanello, e poi il passo di Mrs Hudson sulla scala. Entrò col vassoio d’ottone e un solo biglietto sopra.
Holmes lo prese, lo lesse, lo voltò e mi guardò con un’espressione affatto mutata.
«Faccia salire la signora», disse. E, quando la porta si fu chiusa, mi porse il cartoncino. Portava stampato:
Miss Cecily Ravenshaw
Bank Street, Macclesfield
e sotto, a matita, in una scrittura piccola, inclinata e ferma, tre parole: Non si tratta di denaro.
«Non le pare curioso?» dissi.
«Curioso è poco. È il biglietto più imprudente che abbia ricevuto quest’anno.» Se lo tenne un momento fra due dita, all’altezza degli occhi. «Chi scrive a matita sul proprio biglietto da visita ha preso la sua decisione fra la stazione e questa porta. La matita, badi, non la penna: dunque in strada, o in una carrozza. E chi si affretta a dichiarare che non si tratta di denaro ha appena finito di discutere con qualcuno che sostiene il contrario.»
❦
Non so bene che cosa mi fossi aspettato. Una donna in gramaglie, certamente; ma quella che entrò aveva qualcosa che non si accordava con l’idea che mi ero fatto in quei due minuti, e mi ci volle un poco per capire che cosa fosse. Era il lutto stesso: non nuovo, non intero, non comperato in un giorno solo da un fornitore di Regent Street, bensì messo insieme a poco a poco, un pezzo per volta, come si fa quando si ha da badare al conto del carbone.
Poteva avere ventisei anni. Era alta quanto Holmes, o quasi, e teneva le spalle in quel modo un poco rigido che hanno le persone abituate a stare in piedi accanto a una poltrona per delle ore. Il viso era largo agli zigomi, pallido, con occhi grigi molto fermi; i capelli castani, pettinati senza alcun tentativo di piacere. L’abito era di merino grigio scuro, di taglio vecchio di tre anni, e i polsi erano stati ritinti in casa: la tinta prendeva il tessuto a chiazze, come sempre accade. Il cappello invece era orlato di crespo nuovo, di quel nero che soltanto il crespo nuovo possiede. I guanti erano neri e nuovi, e uno dei due era stato ricucito lungo la costura del pollice con un filo che non era del medesimo nero. Il manicotto, infine, era grigio e vecchio, e dal suo orlo sporgeva l’angolo di un foglio di carta protocollo ripiegato in quattro.
Portava stivaletti alti e solidi, da campagna, tirati a lucido di fresco. Nella cucitura del tacco destro, dove la spazzola non arriva, era rimasta una polvere di un colore che non si vede a Londra: un rosso mattone tenue, quasi rosato.
«Signor Holmes», disse, «le sono grata di avermi ricevuta. Ho un’ora e quaranta minuti prima del mio treno.»
«Il quale non è quello di stasera alle sette e dieci», rispose Holmes, indicandole la poltrona dei clienti, «bensì quello di mezzogiorno e trentacinque, se conta di essere a Macclesfield per la cena. Prego, si sieda. Questi è il dottor Watson, davanti al quale può parlare come davanti a me, e con maggior profitto, perché egli si ricorda le cose che io dimentico.»
Ella si sedette, e per un istante non disse nulla; e io vidi la cosa che vedo sempre in quel punto della stanza, e che non ho mai saputo descrivere bene: il modo in cui la gente si accorge, guardando Holmes, di essere venuta nel posto giusto e di non poter più tornare indietro.
«Lei sa già qualcosa di me», disse.
«So che ha lasciato Alderley Edge stamattina prima delle sette, che ha cambiato a Crewe e che è arrivata a Euston da meno di un’ora. So che porta un lutto di circa cinque settimane, comprato a pezzi e non tutto in una volta. So che da cinque settimane scrive lettere per un’ora ogni giorno, e che le scrive lei stessa invece di farle scrivere. So che ha in tasca un biglietto di ritorno, e che dunque non è venuta a Londra per restarci né per nascondersi. Non so nient’altro, e ciò che le ho detto non ha alcun merito.»
«Il treno posso averlo scritto in faccia», disse lei. «La sabbia no.»
«La sabbia è il solo punto in cui abbia dovuto pensare», ammise Holmes, e per la prima volta quella mattina fu di buon umore. «Il triangolo di terreno fra Manchester e la Peckforton è l’unico luogo dell’Inghilterra dove una signora possa raccogliere quella particolare polvere rosata camminando su un sentiero asciutto: l’arenaria del Trias, macinata da tre secoli di zoccoli. La si trova sulla Edge e su pochi altri dossi. Il resto è aritmetica: il crespo del suo cappello è di questa settimana, l’abito è stato ritinto in casa, e chi ha denaro non ritinge in casa. L’inchiostro sul lato del medio è di quello che si vende in bottiglie da due pence; ne ha uno strato sopra l’altro, dunque scrive ogni giorno e da settimane. E il biglietto di ritorno le sporge dal guanto, il che non è deduzione ma vista.»
«E che io non sia venuta per l’eredità?»
«Quello», disse Holmes, «me l’ha scritto lei stessa a matita, e non l’ho ancora creduto.»
Vidi la mascella della nostra visitatrice muoversi appena, e mi preparai a un’uscita. Ma la signorina Ravenshaw si limitò a togliersi i guanti, con calma, e a posarli sul ginocchio.
«Ha ragione di non crederlo», disse. «Al mio posto non ci crederei neanch’io. Le racconterò la cosa dal principio, e alla fine lei mi dirà se ci crede. Se non ci crederà, pagherò ugualmente la consultazione e prenderò il treno.»
Holmes si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi.
«Cominci dal defunto», disse.
❦
«Mio zio si chiamava Hugo Nathaniel Alderley, quarto baronetto, di Alderley Hall nella contea di Chester. Aveva settantaquattro anni. È morto nel sonno la notte fra il due e il tre di ottobre.
«Sua sorella minore, Honoria, era mia madre. Sposò un mercante di seta di Macclesfield, il quale fallì nel settantotto e morì nell’ottanta; mia madre morì l’anno dopo. Mio zio non aveva approvato quel matrimonio e non l’aveva impedito: se ne stette per vent’anni in quella posizione, che gli somigliava molto. Quando rimasi sola mi fece scrivere dal suo procuratore per offrirmi un posto in casa sua. La lettera diceva: “Sir Hugo Alderley è disposto a ricevere la signorina Ravenshaw a condizione che essa non lo consideri un atto di generosità.”»
«Aveva l’orgoglio di essere sgradevole», osservò Holmes.
«Aveva l’orgoglio di non essere frainteso», disse lei. «Non è la stessa cosa, e me ne sono accorta tardi.
«Sono stata sei anni in quella casa. Il primo anno gli leggevo il giornale e i conti dei fittavoli, perché la vista gli si era guastata. Poi anche le lettere, e poi anche le risposte. Negli ultimi due anni non usciva più dalle sue stanze che per andare in cappella la domenica, appoggiato al mio braccio, e non parlava con nessuno più di dieci minuti al giorno, con l’eccezione di me e di Mrs Pargeter, che è la governante ed è in quella casa da quarant’anni.
«Devo dirle che uomo era, altrimenti lei non capirà nulla di quel testamento. Mio zio non era avaro, era esatto. Teneva la minuta di ogni lettera che scriveva, comprese quelle di tre righe, e le teneva in un copialettere a torchio, di quelli col foglio velino che si inumidisce; ne aveva riempiti undici in trent’anni e li teneva in fila nella biblioteca come un uomo tiene i propri conti in ordine per la giornata in cui glieli chiederanno. Non prestava denaro e non lo chiedeva. Se un fittavolo gli domandava una proroga gliela dava, e poi la scriveva sul registro insieme alla data e non ne parlava mai più. Era cortese con tutti allo stesso modo, il che alla lunga è la cosa più scoraggiante del mondo.
«Aveva una convinzione sola, e me la ripeté molte volte. Diceva che al mondo nessuno domanda niente per niente, e che quando una persona ci fa un piacere senza volere nulla in cambio, è perché ha già preso ciò che voleva e noi non ce ne siamo accorti. Io gli rispondevo che era una bruttissima cosa da pensare. Lui rispondeva che era una bruttissima cosa da pensare e una utilissima cosa da sapere, e che se io avessi avuto un figlio come il suo l’avrei imparata più in fretta.
«L’ultimo mese lo passò a litigare per corrispondenza con un vicino a proposito di un muro di cinta lungo settanta iarde. Undici lettere in trentadue giorni, signor Holmes; e le posso assicurare che l’undicesima era più lucida della prima, perché nella prima si era permesso di essere sgarbato e nell’undicesima non gliene restava il bisogno. Un uomo che perde la ragione non vince una lite per un muro di cinta.
«Il primo di ottobre gli venne un principio di bronchite e mandammo a chiamare il dottor Wace, che è il medico di famiglia. Venne, disse che era poca cosa, ordinò un cataplasma e restò a cena. Il due, verso sera, mio zio mi disse una frase che allora non capii. Disse: “Cecily, tu non hai mai chiesto nulla, e questo un giorno ti verrà rinfacciato.” Poi si fece leggere due pagine di Gibbon e si addormentò. Alle sei del mattino Mrs Pargeter lo trovò morto. Aveva le mani fuori dalle coperte e gli occhiali sul petto.»
Ella disse tutto ciò senza alcuna alterazione di voce, con la nettezza di chi ha ripetuto le stesse frasi molte volte, davanti a un ispettore, a un procuratore, a dei vicini. Ma alla parola occhiali si fermò per la durata di un respiro, e poi riprese.
«Il dottor Wace tornò alle otto e firmò il certificato. Scrisse: degenerazione del cuore. Aveva settantaquattro anni ed era stato malato tutto l’inverno; nessuno trovò nulla da ridire, e nemmeno io.
«Quella notte lo vegliammo nella sala verde. La cappella di Sant’Osvaldo, dove sono sepolti tutti gli Alderley, sta nel parco, a un quarto di miglio dalla casa; ma il vecchio aveva detto una volta che non voleva passare la sua ultima notte in una chiesa fredda, e Mrs Pargeter si ricordò di quella frase. Rimasi io. Il fuoco era acceso e la finestra scoperta, come si usa da noi.»
«Chi altri rimase?» chiese Holmes, senza aprire gli occhi.
«Nessuno. Mrs Pargeter venne due volte, verso le due e verso le quattro, per il fuoco. Ma io ero stata mandata a letto, e non ci ero andata.»
«Mandata da chi?»
«Dal dottor Wace, che aveva detto che una ragazza non deve vegliare i morti. Non gli ho risposto: sono semplicemente rimasta.» Fece una pausa. «Non ci vedo nulla di notevole, signor Holmes. Non ero stanca e non avevo voglia di dormire.»
«Non ho detto che ci fosse qualcosa di notevole», rispose Holmes. «Prosegua.»
«Il funerale fu il sette. La contea venne tutta, e questo è tutto ciò che si può dire di un funerale. Mio cugino Nicholas — il capitano Nicholas Alderley, che è il figlio — non poté esserci: era in mare, di ritorno da Bombay, e sbarcò a Southampton l’undici. Il testamento fu letto il nove nella biblioteca, alla presenza di Mr Peveril, che era il procuratore di mio zio, del dottor Wace, che è coesecutore, di Mrs Pargeter, del fattore e mia.»
Qui la signorina Ravenshaw si fermò e mise una mano nel manicotto.
«Signor Holmes, io le posso raccontare quello che dice il testamento, ma non mi crederebbe. Le ho portato la copia.»
❦
Holmes non tese la mano.
«Fra un momento», disse. «Prima mi dica che cosa è accaduto per cui lei ha preso il treno delle sei e dodici.»
«Sono accadute due cose.» La sua voce, per la prima volta, si irrigidì. «La notte del ventotto ottobre la campana della cappella ha suonato tredici volte, e all’alba del ventinove si è presentato al cancello un signore che nessuno aveva mai visto, il quale dice di essere figlio naturale di mio zio, e che da sei giorni dorme nella camera azzurra e dà ordini ai giardinieri.
«E sabato mattina ho ricevuto questa.»
Estrasse dal manicotto un secondo foglio, più piccolo del primo, e me lo porse perché lo leggessi ad alta voce; il che feci.
PEVERIL & ROWE, procuratori — Chancery Lane, W.C.
1º novembre 1889
Cara signorina Ravenshaw,
le sarò grato se vorrà rispondermi a stretto giro di posta su due punti, e se vorrà farlo senza discuterne con alcuno in casa di suo zio, e in particolare non con il dottor Wace.
Primo: in quale mese dell’anno corrente Sir Hugo scrisse al vicario di Nether Cross a proposito della campana, e se la minuta di quella lettera si trovi tuttora nel copialettere della biblioteca.
Secondo: se le risulti che qualcuno, fra il 3 e il 9 ottobre, abbia avuto accesso a quel copialettere.
Non tragga da queste domande più di quanto contengano. Sono un uomo prudente, e vorrei restarlo.
Il suo devotissimo
AMBROSE PEVERIL
Holmes aprì gli occhi.
«Ha risposto?»
«Sabato stesso. Ho risposto che era l’aprile, che la minuta c’è, e che al copialettere della biblioteca può arrivare chiunque, perché la biblioteca non si chiude a chiave da quando è morto il vecchio Sir Hugo, e in quei giorni per quella stanza è passata mezza contea.»
«E poi ha preso il treno.»
«E poi non ho più dormito», disse la signorina Ravenshaw, «per due notti; e stamattina ho preso il treno.»
«Dov’è ora il capitano Alderley?»
«A Londra. Al suo circolo, in Jermyn Street. Lo so perché ha telegrafato a Mrs Pargeter per farsi mandare un baule.»
Holmes si alzò e andò alla finestra, e vi restò con le mani dietro la schiena tanto a lungo che la nostra visitatrice mi guardò come per chiedere se ciò significasse un rifiuto. Io feci di no col capo.
«Signorina Ravenshaw», disse infine Holmes senza voltarsi, «lei mi ha detto che non si tratta di denaro. Le chiedo di dirmi allora di che cosa si tratta, e la prego di non abbellire la risposta, perché la riconoscerei.»
Ella impiegò un poco a rispondere.
«Da tre settimane», disse, «tutti quelli che ho incontrato mi hanno detto la stessa frase in cinque modi diversi. Il fattore l’ha detta con rispetto, il pastore con carità, il dottor Wace con allegria, i giornali di Manchester con quattro punti esclamativi. La frase è: il povero Sir Hugo era uscito di senno. E io ho vissuto sei anni con quell’uomo, gli ho letto il giornale ogni mattina e i conti ogni venerdì, e nell’ultimo mese gli ho scritto sotto dettatura undici lettere a proposito di un muro di cinta. Non era uscito di senno. Era lucido come lei.
«Se la casa va a quel signore, pazienza: non è mia e non l’ho mai voluta. Ma non voglio che si dica che l’ha lasciata a una campana perché aveva perso la ragione. Ha lasciato la sua casa a una campana perché aveva una ragione, e io voglio sapere quale.»
Holmes si voltò. Aveva sul viso quell’espressione che gli ho visto forse dieci volte in vent’anni, e che non è entusiasmo: è piuttosto l’attenzione improvvisa di un uomo a cui hanno appena mostrato un buon meccanismo.
«Questa è l’unica cosa che lei mi abbia domandato», disse, «che io sia in grado di prometterle. Posso scoprire che cosa aveva in mente suo zio. Se poi ciò che aveva in mente le piacerà, non dipende da me, e non le consiglio di contarci. Watson, mi passi il Bradshaw. Ora vediamo il testamento.»
II. Il testamento di Sir Hugo
La copia che la signorina Ravenshaw trasse dal manicotto era in carta protocollo, scritta a mano da un copista di studio legale, con quella grafia rotonda e uniforme che ha lo scopo di non avere carattere. In cima, a inchiostro rosso, stava: Copia conforme rilasciata a Miss C. Ravenshaw il 9 ottobre 1889 — Peveril & Rowe, Chancery Lane. Holmes la distese sul tavolo della colazione, spostando la teiera con il gomito, e vi si chinò sopra con la lente; ma la lente, mi accorsi, non guardava le parole. Guardava i margini, le pieghe e il modo in cui la carta era stata tagliata.
«Legga forte, Watson», disse. «Voglio sentirlo come lo hanno sentito loro.»
Lessi dunque ad alta voce, in quella stanza dove il fuoco andava spegnendosi, il documento che nelle settimane seguenti dovevo rileggere tante volte da saperne a memoria i punti e le virgole.
Io, HUGO NATHANIEL ALDERLEY, di Alderley Hall nella contea di Chester, baronetto, essendo sano di mente e di memoria e in pieno possesso delle mie facoltà come chiunque mi abbia parlato negli ultimi trent’anni potrà attestare, revoco ogni disposizione anteriore e dispongo quanto segue.
PRIMO. Al capitano Nicholas Hugo Alderley, mio figlio, nulla; e la ragione è nota a lui e a me, e non sarà scritta qui.
SECONDO. A Sarah Pargeter, mia governante, cento sterline l’anno vita natural durante e la casa colonica di Nether Cross con l’orto. A Enoch Thrale, sacrestano, venti sterline l’anno e il diritto d’uso del frutteto basso finché avrà forza di curarlo. Agli altri dipendenti, un anno di salario. E s’intende che nessuna persona al mio servizio, né alcuno che da me riceva legato per la presente disposizione, sia compresa nelle disposizioni terza e quarta.
TERZO. Tutto il rimanente dei miei beni mobili e immobili, senza esclusione alcuna, a colui il quale si presenterà alla porta di Alderley Hall la notte in cui la campana della cappella di Sant’Osvaldo avrà suonato tredici volte; e i miei esecutori gli daranno ogni cosa senz’altra prova che questa.
QUARTO. Ove la disposizione terza non abbia avuto effetto entro un anno dalla mia morte, tutto il rimanente andrà a quella persona che avrà vegliato il mio corpo insepolto sotto questo tetto di proprio impulso, senza essere stata mandata a chiamare e senza avere conoscenza della presente disposizione; e se più d’una, in parti eguali.
QUINTO. Nomino esecutori Ambrose Peveril, procuratore legale, di Chancery Lane, e Josiah Wace, dottore in medicina, di Nether Cross; e prego l’uno di non essere troppo prudente e l’altro di non essere troppo allegro.
SESTO. Desidero essere sepolto nella cappella accanto a mio padre, senza discorsi, e desidero che la campana non sia toccata.
Fatto di mia mano il 14 marzo 1888.
Alzai gli occhi. La nostra visitatrice mi guardava con l’aria di chi ha già visto quell’espressione su altri volti.
«La disposizione sesta», dissi.
«La disposizione terza», disse Holmes.
«La terza è assurda», risposi con qualche calore. «Un uomo lascia una tenuta e ogni cosa che possiede a chiunque si presenti alla porta la notte in cui una campana avrà suonato tredici volte. È una lotteria. È peggio: è un invito.»
«È un invito», convenne Holmes. «Ma non è una lotteria, perché il vecchio ha scritto tredici. Se avesse voluto una lotteria avrebbe scritto la notte di San Michele, o la prima notte di luna piena, o qualunque altra cosa che accade da sé. Ha scelto una condizione che qualcuno deve produrre. Signorina Ravenshaw: le campane inglesi suonano tredici volte?»
«Non lo so», disse lei. «Suonano quando c’è funzione, e per i morti. Per i morti si fa il segnale: tre volte tre se è un uomo, due volte tre se è una donna, e poi un rintocco per ogni anno di età. Per mio zio ne furono suonati settantaquattro, e ci volle un’eternità.»
«Chi li suonò?»
«Thrale, il sacrestano. È lui che ha le chiavi.»
«E l’orologio?»
Ella lo guardò.
«Come sa che c’è un orologio?»
«Perché in quella cappella non ci sono che una campana e un sacrestano sordo da un orecchio — me l’ha detto lei stessa dieci minuti fa — e perché lei ha appena raccontato che suo zio si faceva leggere Gibbon fino a tarda notte in una casa a un quarto di miglio dal campanile. Se quella campana battesse le ore per tutta la notte sotto le sue finestre, o l’avrebbe fatta tacere, o avrebbe smesso di leggere. Non ha fatto né l’una né l’altra cosa: dunque batte le ore, e a lui piaceva. Le persone si affezionano a ciò che le sveglia.»
«Batte le ore», disse la signorina Ravenshaw lentamente. «C’è un orologio da torre, molto vecchio; lo caricano il venerdì. Batte soltanto le ore, non le mezze.»
«Mi descriva la cappella», disse Holmes. «Non come la vede un fedele: come la vedrebbe un ladro.»
La signorina Ravenshaw non batté ciglio, e io pensai che sei anni accanto a Sir Hugo Alderley dovevano avere il loro effetto.
«È piccola», disse. «Una navata sola, sei banchi, un pavimento di lastre con i nomi. Fu rifatta nel 1704 sopra una cappella più antica; la torre sta sul fianco nord ed è quadrata, e non è più alta di un fienile. Dentro la torre, al pianterreno, c’è la stanza dove Thrale tiene le scope e la vanga; da lì una botola nel soffitto e una scala a pioli fissa nel muro. Sopra c’è la camera dell’orologio, e sopra ancora, con un’altra botola, la cella campanaria, che ha quattro finestrelle a persiana. In inverno accendono una stufa di ghisa in fondo alla navata, e il tubo della stufa sale lungo la parete della torre e sbuca sul tetto: passa proprio accanto alla scala a pioli, e chi sale deve tenersi con la mano al tubo o alla staffa che lo regge, perché la scala non ha corrimano.»
«Il tubo è pulito?»
«Il tubo è nero come la fuliggine che c’è dentro, e Thrale lo bestemmia due volte l’anno. Mio zio ci mandava me a controllare che non ci fosse un nido, quando ancora ci vedevo salire senza far ridere nessuno.»
«Lei è salita fin lassù.»
«Tre volte. L’ultima nel giugno dell’anno scorso.»
«E che cosa c’è nella cella?»
«C’è la campana, appesa a un ceppo di quercia grosso come un tronco d’uomo, con due fasce di ferro; e c’è il martello dell’orologio, che è una spranga con una testa di ferro, appoggiata a una molla. Non oscilla nulla: la campana sta ferma e prende i colpi. C’è polvere e ci sono i piccioni.» Fece una pausa. «Signor Holmes, sono cose che sanno tutti a Nether Cross.»
«Le cose che sanno tutti», rispose Holmes, «sono quelle che nessuno ha mai messo in fila. E la campana è incrinata.»
Questa volta ella non chiese come lo sapesse; ma io lo chiesi.
«Perché la disposizione sesta dice: desidero che la campana non sia toccata», rispose Holmes. «Nessuno raccomanda per testamento di non toccare una campana sana. Le campane sane si suonano e basta. Quella frase è la frase di un uomo che ha già dovuto discutere con qualcuno che voleva rifonderla.»
«Si incrinò nel gelo del sessantasette», disse lei. «Mio zio non volle sentir parlare di rifusione, e vi fece mettere un collare di ferro e un ceppo nuovo. Da allora non si muove più: la battono col martello dell’orologio. Il vicario di Nether Cross gli scrive ogni due anni per la sottoscrizione della rifusione e ogni due anni mio zio gli risponde di no. Nell’aprile scorso gli ho scritto io la risposta sotto dettatura. Diceva: “Reverendo, la mia campana è vecchia e stonata, e ha il vantaggio che nessuno può servirsene senza che io lo sappia.”»
Holmes si voltò verso di lei così bruscamente che la signorina Ravenshaw indietreggiò di mezzo pollice.
«Ripeta.»
Ella ripeté, parola per parola.
«Lei ha copiato quella lettera?»
«L’ho scritta io sotto dettatura e l’ho impostata io.»
«Ne esiste la minuta?»
«Mio zio teneva la minuta di tutto. Nel copialettere della biblioteca, se nessuno ci ha messo le mani.»
«Se nessuno ci ha messo le mani», ripeté Holmes, e per un lungo momento non disse altro. Poi riprese la copia del testamento, la piegò e gliela restituì con un piccolo inchino. «La ringrazio, signorina. Lei mi ha portato una campana che nessuno può suonare senza che il proprietario lo sappia, e un proprietario che è morto ventiquattro giorni prima che qualcuno la suonasse. Vada avanti. Chi lesse il testamento?»
❦
«Mr Peveril lo lesse tutto d’un fiato», disse lei, «e alla terza disposizione qualcuno rise: fu il fattore, credo, per l’imbarazzo. Poi nessuno rise più. Il dottor Wace disse che il povero Sir Hugo, negli ultimi tempi, aveva avuto delle stranezze; e Mrs Pargeter, che non aveva mai contraddetto nessuno in quarant’anni, gli disse in faccia che non era vero.»
«E la quarta disposizione?»
«Mr Peveril disse che era una clausola di salvaguardia, e che i procuratori le mettono per abitudine perché una successione non resti sospesa. Non se ne parlò più. Ricordo che il dottor Wace osservò che era scritta in modo curioso, e Mr Peveril rispose che era scritta in modo da non poter essere impugnata, che è diverso.»
«Bene», disse Holmes con indifferenza. «È l’unica cosa sensata che sia stata detta quel giorno. Continui.»
Io lo guardai. Ho impiegato tutta la mia vita a imparare a leggere il mio amico in quei momenti, e non ci sono mai riuscito.
«Fra il nove e il ventotto non accadde nulla», proseguì la signorina Ravenshaw, «cioè: accadde che la contea cominciò a parlare. Il Macclesfield Courier pubblicò un articoletto, e da quel momento non passò giorno senza che qualche curioso venisse a guardare il cancello. Poi, sabato scorso, ne pubblicò un altro. Li ho qui tutti e due, ma le basterà il secondo.»
Ne trasse un ritaglio, piegato con cura in quattro, e lo posò sul tavolo. Era di quella carta grigia e sottile che i giornali di provincia adoperavano allora, e portava a matita, in cima, la data.
UN FATTO SINGOLARE A NETHER CROSS
Riferiamo, con ogni riserva e senza domandare al lettore di credervi, di una circostanza che da martedì è sulla bocca di tutto il vicinato. Alla mezzanotte di lunedì scorso la campana della cappella privata di Sant’Osvaldo, nel parco di Alderley Hall, avrebbe battuto tredici rintocchi anziché dodici. Il fatto è attestato da non meno di cinque persone, fra le quali il guardiacaccia della tenuta e la moglie del fornaio, la cui casa è al di là del muro di cinta; ed è tanto più notevole in quanto la campana in questione è nota per essere incrinata dal 1867 e viene percossa dal solo martello dell’orologio da torre.
Sarà appena il caso di ricordare ai nostri lettori che il defunto Sir Hugo Alderley, quarto baronetto, ha per testamento subordinato la devoluzione della sua intera sostanza al verificarsi di questo medesimo prodigio. Il signor SILAS RENN, giunto martedì all’alba, ha depositato presso lo studio Peveril & Rowe di Londra i titoli della propria pretesa.
Da parte nostra ci limiteremo a osservare che gli orologi, come gli uomini, quando invecchiano cominciano a contare male.
«L’ultima riga», disse Holmes, «è la sola cosa intelligente che sia stata scritta su questa faccenda, e il redattore non sa perché.» Ripiegò il ritaglio e se lo mise nel taschino senza chiedere il permesso. «Cinque testimoni. Il guardiacaccia e la moglie del fornaio. Bene: dunque la campana è stata udita da chi sta fuori dal muro, e non soltanto dalla casa. Chi ha fatto quei tredici colpi voleva un pubblico. Prosegua.»
«Il capitano Alderley arrivò il tredici», riprese lei, «fece una scenata a Mr Peveril in albergo, ne fece un’altra al dottor Wace, disse a Mrs Pargeter che avrebbe impugnato il testamento e che avrebbe fatto dichiarare suo padre incapace, e poi si chiuse a bere per due giorni nella locanda di Nether Cross, dove tutti lo sentirono. È un uomo di quarantun anni che ha passato la vita a rendersi antipatico con metodo. Lo detesto da quando avevo sedici anni.»
«Lo detesta a ragione o per abitudine?» chiese Holmes.
Ella considerò la domanda con una serietà che le fece onore.
«Le due cose», disse. «Ma quando ha saputo che suo padre era morto, si è messo a piangere davanti a Mrs Pargeter, che me l’ha raccontato. Ho fatto fatica a perdonargli anche questo.»
«E la notte del ventotto?»
«Era un lunedì. Il tempo era chiaro e freddo. Io ero nella mia stanza, al secondo piano, sul lato del parco, e non dormivo. A mezzanotte l’orologio della cappella cominciò a battere.»
Si fermò.
«Signor Holmes, io ho contato. Non perché sospettassi qualcosa: perché quando si è sveglie si conta. Uno, due, tre. Ho contato fino a dodici, e stavo per voltarmi dall’altra parte, e ne è venuto un altro.»
«Alla stessa distanza dagli altri?»
«Esattamente alla stessa. Non un rintocco in più per caso: un rintocco in più a tempo.»
«Che cosa ha fatto?»
«Mi sono seduta sul letto, e ho aspettato il quattordicesimo. Non è venuto. Poi ho sentito il cane, in cortile; poi più nulla. La mattina dopo, alle sette, sono scesa e ho trovato Mrs Pargeter in cucina, in piedi accanto al tavolo, che non aveva ancora messo l’acqua sul fuoco. Aveva un colore che non le avevo mai visto. Mi ha detto: “Signorina, l’ha sentita anche lei?”»
«Che cosa le ha risposto?»
«Le ho risposto di sì. E lei ha detto — e queste sono state le sue parole esatte, perché me le sono ripetute molte volte — ha detto: “Allora c’è stato qualcuno lassù.”»
Holmes non si mosse.
«Le ho domandato che cosa intendesse», proseguì la signorina Ravenshaw, «e lei si è messa a riempire il bollitore e non mi ha più risposto. Da quel giorno mi tratta con una gentilezza che prima non aveva, e non mi dice nulla. Ho pensato che avesse paura di essere presa per pazza anche lei.»
«Che età ha Mrs Pargeter?»
«Sessantasei anni.»
«E il sacrestano?»
«Thrale ne ha settanta o giù di lì. È sordo da un orecchio dai tempi in cui lavorava alla cava. Cammina due miglia al giorno e non ne perde uno.»
«E dove abita?»
«Nella casetta accanto al cancello del parco, sotto la cappella.»
«Sotto la cappella», ripeté Holmes. «Cioè un uomo sordo da un orecchio dorme a cinquanta iarde dalla sola campana d’Inghilterra che quella notte abbia suonato tredici volte. Bene. E all’alba?»
❦
«All’alba», disse la signorina Ravenshaw, «alle sei e un quarto, il campanello del cancello suonò. Thrale andò ad aprire e tornò con un biglietto da visita su un piatto, perché in quella casa si fa così anche quando è appena morto tutto. Sul biglietto c’era scritto: Mr Silas Renn. Sotto, a penna: Vengo per la terza disposizione.»
«Descriva l’uomo.»
«Ha trentatré anni e ne dimostra qualcuno di più. Non è né alto né basso. Ha un soprabito grigio ferro di ottimo taglio, un cappello nuovo, la biancheria irreprensibile. Parla piano, non interrompe mai, ringrazia i domestici. In otto giorni non gli ho sentito dire una sola cosa scortese, e in otto giorni ha fatto licenziare il secondo giardiniere.»
«E le sue carte?»
«Le ha portate a Londra il giorno appresso e depositate presso Mr Peveril. Ne ha mostrato copia a me e a Mrs Pargeter la sera del ventinove, sopra il tavolo della sala verde, con molta delicatezza. C’è un estratto di battesimo della chiesa inglese di Funchal, nell’isola di Madera, dell’ottobre 1856; c’è una dichiarazione di due testimoni portoghesi; c’è una lettera di mio zio, datata Funchal, che parla della madre del bambino in termini che non ripeterò; e c’è una ricevuta di un pagamento annuo fatto per ventidue anni a una casa di Lisbona.»
«E la scrittura della lettera?»
«È la sua», disse lei, e per la prima volta la sua voce si incrinò. «Signor Holmes, io ho scritto sotto dettatura di quell’uomo per sei anni, e le dico che quella lettera è di sua mano.»
«Non ne dubito», disse Holmes tranquillamente. «Sarebbe stato assai più sospetto il contrario. Signorina, mi restano due domande e poi la lascerò andare al suo treno. La prima: dopo l’arrivo di Mr Renn, chi è entrato nella cappella?»
Ella ci pensò.
«Il ventinove pomeriggio ci sono andati lui e il dottor Wace, insieme, per vedere la tomba di mio zio. Il trenta ci è andato il fotografo del Courier, che si era fatto dare il permesso. Poi non lo so. La cappella si chiude a chiave e Thrale ne ha la chiave, e una seconda l’ha il dottor Wace da quando ci hanno portato la bara.»
«Molto bene. La seconda domanda: perché è venuta da me solo oggi, e non il ventinove?»
Vi fu un silenzio piuttosto lungo.
«Perché il ventinove ho pensato che fosse un miracolo», disse la signorina Ravenshaw. «E sabato mi sono accorta che c’era un altro, oltre me, che non lo pensava. E che aveva paura.»
Holmes si alzò e le porse la mano, il che, con i clienti, non faceva quasi mai.
«Prenda il suo treno», disse. «Torni a casa, riprenda le sue abitudini e non le cambi di un minuto. Non parli con Mrs Pargeter della campana. Non parli di me con nessuno; se glielo domandano, dica che è venuta a Londra per una questione di mobili. E soprattutto, signorina, non tocchi il copialettere della biblioteca: lo lasci esattamente dove è, e non lo apra. Il dottor Watson e io saremo ad Alderley Edge entro la settimana.»
Ella si fermò sulla porta.
«Lei crede che mio zio sapesse di essere in pericolo?»
«Credo», disse Holmes, «che suo zio sapesse che cosa vale la parola di un uomo che vuole una casa e una tenuta. Non è la stessa cosa, ma nel Cheshire, in questa stagione, si somigliano molto.»
❦
Quando il suo passo si fu spento sulla scala, Holmes tornò alla finestra e vi restò a lungo, guardando i tetti bagnati.
«Watson», disse, «lei ha letto quel testamento ad alta voce. Che cosa ha sentito?»
«Ho sentito la clausola di un pazzo.»
«Ha sentito la clausola di un uomo che sapeva di essere letto ad alta voce.» Si voltò. «Consideri: un uomo di settantaquattro anni, mezzo cieco, che detta undici lettere in un mese a proposito di un muro di cinta. Un uomo simile non improvvisa. Scrive quel documento nel marzo dell’ottantotto, lo firma, lo deposita, e per un anno e mezzo continua a rispondere di no al suo vicario. Poi muore, e la sua ultima frase pubblica — la sola che tutta la contea sentirà pronunciare in una stanza — è un numero. Tredici. Perché tredici, Watson?»
«Perché porta sfortuna.»
«Perché è uno più di dodici», disse Holmes. «Non c’è altra proprietà interessante in quel numero. Un orologio da torre batte le ore, e nessun orologio da torre di questo mondo batte più di dodici colpi, per la ragione che le ore sono dodici. Il vecchio non ha scritto una condizione difficile: ha scritto una condizione che una campana, lasciata a sé stessa, non può avverare mai. Ha scritto, in tutte lettere, davanti a un notaio: darò tutto a chi verrà la notte in cui accadrà l’impossibile.»
«Allora è una beffa. Non voleva lasciare nulla a nessuno.»
«Se avesse voluto non lasciare nulla a nessuno», disse Holmes, «gli bastava non fare testamento; e in ogni caso non avrebbe scritto la disposizione quarta, che è redatta con una cura che le disposizioni beffarde non hanno. No, Watson. Un uomo che pone una condizione impossibile e poi aggiunge, sotto, che cosa dovrà accadere quando quella condizione non si sarà avverata, non ha fatto una beffa. Ha teso una trappola, ed è morto sapendo esattamente chi vi sarebbe caduto dentro.»
«Chi?»
«Non lo sapeva. Ecco la parte bella.» Holmes prese la pipa e la caricò con una lentezza esasperante. «Non sapeva il nome. Sapeva soltanto che al mondo esiste sempre un uomo disposto a fabbricare un miracolo, se gli si dice che c’è un premio; e ha voluto che, il giorno in cui quell’uomo si fosse presentato alla sua porta, l’atto stesso con cui aveva reclamato l’eredità fosse la prova che non aveva diritto a nulla. Un morto che continua a giudicare, dottore. È una idea di una durezza notevole, e la trovo ammirevole, e non vorrei essere stato suo figlio.»
Restò un momento in silenzio con il fiammifero acceso in mano, finché la fiamma non gli arrivò alle dita.
«Vi è però una difficoltà», soggiunse, «e per ora non ne vedo il fondo. Una trappola simile non si costruisce contro un ignoto: si costruisce contro qualcuno di cui si è avuto paura almeno una volta. E il solo uomo vivente che sappia contro chi sia stata costruita è un procuratore di Chancery Lane il quale, dodici giorni dopo il miracolo, scrive a una ragazza per domandarle chi sia entrato in una biblioteca, e la prega di non parlarne in casa.»
Gettò il fiammifero nel caminetto.
«Domattina andremo da lui.»
Prese dal cassetto uno di quei moduli azzurri che teneva sempre a portata di mano, e scrisse in piedi, appoggiato alla mensola del caminetto, con quella grafia rapida e priva di grazia che era la sua.
A Ambrose Peveril procuratore Chancery Lane Londra — sarò nel suo studio domani martedì alle undici per la successione Alderley — la prego di non scrivere ad alcuno nel frattempo e di non restituire i documenti depositati da Mr Renn — Holmes, Baker Street
Suonò per il fattorino della posta, gli diede il modulo e uno scellino, e tornò a sedersi.
«E la prego, Watson, di trattare quell’uomo con molto riguardo, se domani lo troveremo di cattivo umore. È la sola persona di questa faccenda che abbia capito qualcosa; e in casi simili le persone che hanno capito qualcosa hanno l’abitudine di non durare.»
III. La notte dei tredici rintocchi
Quando la porta di strada si fu chiusa, Holmes rimase per qualche minuto in piedi in mezzo alla stanza, con le mani nelle tasche della vestaglia e il mento sul petto, nell’atteggiamento di un uomo che ascolti una musica lontana. Poi, senza preavviso, andò allo scaffale, ne trasse il quarto volume del suo repertorio — quello delle voci fra la G e la M — lo aprì, lo richiuse, e lo rimise a posto con una violenza che fece tremare la mensola.
«Niente», disse. «Non ho niente. Watson, sono trentacinque anni che vivo in questo paese e non so come sia fatta una campana. Mi vergogno.»
«Nessuno sa come sia fatta una campana.»
«Un uomo lo sa: quello che ne ha suonata una tredici volte.» Si tolse la vestaglia e cominciò a vestirsi con una rapidità che in lui era sempre segno di buon umore. «Andrò a colmare la lacuna a Clerkenwell, dove si fabbricano gli orologi da torre di mezza Inghilterra. Lei, se non ha di meglio da fare, mi renderà un servizio che io non posso rendermi da solo.»
«Volentieri.»
«Ci sono due persone, in questa storia, che avevano la chiave della cappella. Una è un sacrestano di settant’anni sordo da un orecchio, e di lui mi occuperò sul posto. L’altra è un medico condotto del Cheshire che ha firmato un certificato di morte, che è coesecutore testamentario, e che secondo la sua cliente ha ricevuto la notizia di quel testamento con allegria.» Si annodò la cravatta guardandomi nello specchio. «Io sul dottor Wace non posso fare nulla senza destare sospetti. Lei è un medico, ha un diploma, ha degli amici e ha, quel che più conta, il diritto di essere curioso di un collega. Mi porti tutto ciò che si può sapere di lui senza scrivere a nessuno nel Cheshire.»
«Che genere di cose?»
«Le due sole che contino sempre», disse Holmes, prendendo il cappello. «Dove ha imparato il mestiere, e a chi deve del denaro.»
Sulla soglia si voltò.
«E, Watson: se le viene la tentazione di scrivere a qualcuno nel Cheshire, se ne astenga. In una parrocchia di quattrocento anime una lettera con il francobollo di Londra è un avvenimento pubblico, e la sera stessa il dottor Wace saprebbe il nome del mittente dalla figlia del postino. Fra tre giorni saremo là e cammineremo su un terreno che qualcuno avrà avuto tre giorni per rastrellare. Non gliene diamo quattro.»
❦
Prima di uscire volli però soddisfare una curiosità mia. Holmes teneva sul secondo scaffale, fra un annuario navale e un dizionario di argot, un volume del Burke che sarebbe stato più a suo agio in una casa di campagna; e vi trovai, in mezza colonna di caratteri minuti, tutto ciò che l’Inghilterra ufficiale sapeva della famiglia di cui ci stavamo occupando.
Il baronettato era stato creato nel 1698 a favore di un mercante di Chester che aveva prestato denaro a re Guglielmo e aveva avuto il buon gusto di non reclamarlo. Sir Hugo Nathaniel, quarto della linea, nato nel 1815, era succeduto al padre nel 1851; aveva sposato nel 1846 Frances, figlia unica di un canonico di Lichfield, e l’aveva perduta nel 1852. Un solo figlio: NICHOLAS HUGO, nato nel 1848, capitano nel centonovesimo reggimento di fanteria, il quale aveva ceduto il brevetto nel 1884 e risultava da allora «residente a Bombay». La tenuta contava duemiladuecento acri fra il Bollin e la Edge.
Nessun’altra discendenza, legittima o riconosciuta, figurava in quelle righe; il che naturalmente non provava nulla, giacché il Burke registra ciò che le famiglie gli comunicano. Ma la data della cessione del brevetto mi rimase in mente. Un capitano di trentasei anni che vende il proprio grado e se ne va in India non lo fa quasi mai perché gli piace il clima.
❦
Ho conservato un ricordo assai vivo di quel pomeriggio, e credo di poter dire, senza troppa vanità, che fu uno dei pochi in cui mi sentii veramente utile.
Cominciai dal Medical Directory, alla biblioteca del mio vecchio ospedale, e in mezz’ora ebbi lo scheletro dell’uomo. WACE, JOSIAH, dottore in medicina, laureato a Edimburgo nel 1861; assistente chirurgo all’ospedale di Chester dal 1862 al 1873; poi, per cinque anni, un indirizzo a Chester che era certamente uno studio privato; dal 1878, Nether Cross, contea di Chester. Nessuna pubblicazione, nessuna società scientifica, nessun titolo. Un uomo che a ventisette anni stava dove si comincia, e che a cinquantacinque stava dove si finisce.
Il resto lo dovevo alle chiacchiere, e per le chiacchiere andai da Curtice.
Curtice era stato con me al Barts, aveva sposato una donna con denaro e faceva, in una casa di Wimpole Street, quel mestiere di medico dei ricchi che consiste per nove decimi nell’ascoltare. Aveva praticato sette anni a Chester prima di trasferirsi a Londra, e possedeva una memoria da segretario di circolo.
«Wace di Nether Cross», disse, versandomi il tè. «Buon Dio, Watson, dove l’hai pescato?»
«Ho un paziente che ha dei parenti da quelle parti.»
«Il tuo paziente li faccia curare da qualcun altro.» Curtice si mise a ridere, poi si fece serio in quel modo un poco falso dei medici alla moda. «No, sarebbe ingiusto. È un buon medico. Non è un medico negligente, badiamo: quando c’è da alzarsi alle tre di notte si alza, e nel colera del sessantasei si è comportato come un uomo. Il guaio di Wace non è nella professione. È nelle corse.»
«Gioca?»
«Gioca come giocano quelli che non se lo possono permettere, cioè non per divertirsi. Lo si vede a Chester in maggio e a Manchester in autunno, e lo si vede sempre solo, il che nelle corse è il segnale peggiore che ci sia. La primavera scorsa ha venduto il brougham.»
«E ha tenuto il cavallo», dissi.
Curtice mi guardò.
«Come lo sai?»
«Perché è un medico di campagna e non può fare visite a piedi. Chi vende la carrozza e tiene il cavallo non sta risparmiando: sta pagando qualcosa.»
«Kirkbride», disse Curtice, e abbassò la voce senza motivo, perché eravamo soli. «C’è un tale a Manchester che sconta cambiali ai gentiluomini di provincia. Non ti dirò come lo so, perché me l’ha detto un paziente e non dovrei. Wace ha una figlia in collegio a Southport, che gli costa novanta sterline l’anno, e una casa in cui riceve, e una reputazione da mantenere in una parrocchia dove tutti sanno tutto. Fa quello che fanno tutti gli uomini in quella condizione: aspetta.»
«Aspetta che cosa?»
«Che muoia qualcuno che gli voglia bene», disse Curtice. «È una cosa orribile da dire, e in trent’anni di mestiere l’ho vista fare a persone perbene.»
Restammo un momento zitti. In fondo alla stanza una pendola di Wimpole Street, che era costata più di quanto costi un anno di collegio a Southport, batté le cinque con quel suono ovattato che si paga a parte.
«Del resto», riprese Curtice, «non ha aspettato invano, se è per questo. Il suo vecchio baronetto lo ha tenuto in piedi per undici anni. Un medico di campagna che ha in cura la casa grande ha la casa grande, capisci: ha il fattore, ha i fittavoli, ha le zie delle fittavole, ha il vicario. Wace se ne vantava. L’ho sentito io, in una sala d’aspetto di Chester, dire a un tale che egli era “il solo uomo del Cheshire che Sir Hugo Alderley lasciasse entrare in camera senza farsi annunciare”. Un uomo che si vanta di una cosa simile, Watson, non è un uomo che si vanta: è un uomo che si rassicura.»
«E adesso il baronetto è morto.»
«E adesso il baronetto è morto», disse Curtice, «e la casa grande è passata a Dio sa chi, e a San Michele scadono le cambiali. Non lo invidio, e non gli darei da custodire un armadio.»
Tornai a piedi da Wimpole Street a Baker Street, e mi accorsi lungo la strada di aver fatto una cosa che non facevo da anni, e cioè di aver condotto un interrogatorio senza che l’interrogato se ne accorgesse. Confesso che ne provai una soddisfazione sproporzionata, e che rallentai il passo per farla durare.
❦
Holmes rientrò alle sette e un quarto, con la falda del cappello che gocciolava e le mani nere fino ai polsi. Si lavò senza parlare, si sedette a tavola, mangiò tre bocconi e spinse via il piatto.
«Il suo dottore?» disse.
Gli riferii ogni cosa. Ascoltò con gli occhi chiusi, e alla fine annuì una volta sola.
«Il cavallo è buono», disse. «Il cavallo è ottimo. Un uomo che vende la carrozza e tiene il cavallo ha già deciso di continuare a mentire, e la menzogna, in un uomo così, è una spesa fissa come il fieno. Bene. Ora le racconto Clerkenwell.
«Clerkenwell Close, all’insegna di un quadrante senza lancette. Absalom Tuke, ottantun anni, ha rimesso in sesto i castelli di un centinaio di campanili dal Kent al Northumberland, e ha un nipote che gli fa il lavoro sporco e che lui chiama il ragazzo, sebbene il ragazzo abbia cinquant’anni. Ho passato quattro ore in quella bottega e le assicuro, Watson, che ci sono andato per fare tre domande e sono uscito che avevo cambiato mestiere.»
Aveva quel tono, quando un caso cominciava ad andargli bene, che nessun’altra cosa al mondo gli dava.
«Prima domanda: può un orologio da torre battere tredici colpi? Le riferisco la risposta con le sue parole, perché merita.» E qui Holmes, che quando voleva era un attore migliore di molti che si fanno pagare per esserlo, si curvò sulla sedia e diventò per un minuto un vecchio del Middlesex. «“Signore, un orologio non conta. Un orologio non sa contare più di un cane. Quello che conta è una ruota — la ruota dei conti — e sulla ruota ci sono le tacche, e le tacche sono tagliate una per l’una, due per le due, e così via fino alle dodici, e poi si ricomincia da capo. La leva casca nella tacca e il battere s

SEGNALA CONTENUTO

Commenti

Nessun commento ancora. Sii il primo a commentare!