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«Il pane di ieri»: il libro di Enzo Bianchi che ci ricorda il gesto semplice

«Il pane di ieri»: il libro di Enzo Bianchi che ci ricorda il gesto semplice

cronaca
18 set 2026 4 min

Enzo Bianchi ci ha lasciato il 1° settembre del 2026. In un libro che amo molto intitolato «Il pane di ieri» racconta i valori perduti nella società moderna: la pazienza di attendere un evento, il tempo dell'attesa, il tema dello spreco e del riuso, il valore e il tema del senso di essere e fare comunità proprio attraverso un gesto semplice, quasi scontato. Il pane raffermo che non si butta, il forno comune in un periodo difficile dell'Italia, le mani della madre che lavorano e impastano per il sostegno della famiglia. Un libro sui valori contadini che servono oggi per resistere e restare in un mondo che rapidamente ci sfugge di mano e che ci insegna a valorizzare il gesto semplice, quello scontato che ormai sembra perduto.

«Il pane di ieri» di Enzo Bianchi non è un libro sul pane. No, non c'entra proprio nulla. È un libro su come si resta e si vive in una storia, in un frammento di vita chiamato difficoltà. Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, e morto due settimane fa (1° settembre 2026) ci insegna ancora oggi più che mai. Nasce nel 1943 a Castel Boglione, un piccolo paese del Monferrato durante la Seconda Guerra Mondiale. E' un periodo duro e difficile per l'Italia ma anche per il mondo intero. Da bambino vede sua madre alzarsi alle quattro di mattina per impastare e preparare il necessario per il sostentamento della famiglia. Un lavoro duro, fisico, impegnativo. Non c'è una panetteria sotto casa che allevia le fatiche o un bel formo comodo in cucina pronto a provvedere ai bisogni famigliari. C'è un forno comune, in piazza, a disposizione di tutti. Le donne del paese arrivano in fila, ognuna con la sua pagnotta segnata da un segno diverso: chi una croce, chi due tagli e chi invece tre puntini per riconoscere il prodotto. Sono anni duri, difficili per il sostentamento. Il pane deve durare una settimana intera di vita. Il pane del giorno dopo è più buono, ha un sapore diverso, di famiglia, di intimità perché fatto con ingredienti chiamati amore e voglia di farcela. Quello di due giorni dopo si mette nel latte caldo per riempire uno stomaco sempre più vuoto. Quello di tre giorni si grattugia per la pasta. Nulla si butta in quel duro periodo della guerra. Il cibo è vita, sostentamento.

Il pane di ieri insegna la pazienza e il rispetto per le cose anche piccole, quelle che quotidianamente affollano la nostra tavola e alle quali non diamo più valore e il rispetto che meritano davvero. Oggi compriamo pane in busta, già affettato e pronto per essere consumato nell'anonimato di una casa e che, dopo due giorni, ammuffisce e non è più mangiabile. Lo buttiamo senza pensarci poi molto, come fosse un qualcosa senza valore ,senza la giusta attenzione che in realtà merita. Abbiamo perso il gesto, non solo il sapore di quel pane. Abbiamo perso l'attesa, in un mondo veloce e poco consapevole, il profumo che rimaneva nelle mani quando quel pane era appena sfornato, il rumore della crosta quando lo si spezzava per dare il via a quell'intimità tipica di una famiglia e della sua voglia di convivialità nonostante le ristrettezze economiche imposte da un periodo difficile.

«Abbiamo smesso di avere fame di pane e abbiamo iniziato ad avere fame di tutto il resto» scrive in un passaggio del testo. Sì, è proprio così. Abbiamo dismesso il gusto per il gesto semplice a favore di ben altro. Questo desiderio che ci investe nella nostra modernità consumistica è una fame che non si placa mai, perché non è fame di stomaco, ma è un bisogno psicologico impellente, compulsivo di solo consumo. Leggere questo libro piuttosto breve dove la vita si snoda in cucina, non in salotto, è un piccolo atto di resistenza verso un mondo che sembra progressivamente svanire. Fra queste pagine i rintocchi di un campanile in lontananza scandiscono una vita fatta di semplicità e di convivialità. E' un testo che mi ha fatto venire voglia di comprendere con più attenzione una società che oggi è ormai al collasso, fuori tempo. No, non è nostalgia è semplicemente memoria utile che ci ricorda quanto siamo fortunati ad assaporare ogni giorno un cibo come il pane. Perché chi sa fare il pane e coltivare il gesto lento, sa anche aspettare. E chi sa aspettare, sa anche rimanere dentro a una situazione non facile. Un libro da assaporare con lentezza, con gusto, con uno sguardo nuovo. Un libro che ci riporta al valore semplice delle cose, al valore di una famiglia e alla voglia, seppur in tempi difficili, al valore umano delle relazioni.

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