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L'ultimo libro di Michela Murgia: perché «Dare la vita» fa discutere

L'ultimo libro di Michela Murgia: perché «Dare la vita» fa discutere

recensione
23 set 2026 5 min

Pubblicato postumo, scritto mentre moriva. «Dare la vita» di Michela Murgia è un manifesto sulla famiglia queer. Tra figli d'anima e gestazione per altri, smonta il mito della famiglia naturale: dare la vita non è generare, è scegliersi ogni giorno. Un libro sicuramente da leggere, ma non sempre condivisibile.

Michela Murgia ha scritto il suo libro più pericoloso e irriverente mentre moriva, sì, nella fase terminale di una malattia. Lo ha dettato con l'ossigeno addosso, gonfia forse di paura e di perplessità, nelle ultime settimane di vita, quando il tumore al rene al quarto stadio aveva già deciso per lei e per il suo futuro. Si intitola «Dare la vita», è uscito postumo per Rizzoli a gennaio 2024, sono centoventotto pagine scarse, eppure dentro c'è abbastanza per far riprendere un serie di temi delicati, vicini ai temi etici e sulla familgia.

Io lo definisco il suo testamento spirituale, serio, onesto, profondo, ma, per quanto mi riguarda non sempre condivisibile. È un libro sulla famiglia che verrà, che in realtà è già qui e che lo Stato fa finta di non vedere. La Murgia parte da sé, dalla propria persona e soprattutto non teorizza, racconta. Negli ultimi anni della sua vita non viveva come ci si aspetta che viva una donna di cinquant'anni. Viveva in una casa piena di ragazzi che non erano suoi figli biologici, quattro giovani che lei chiamava figli d'anima, che l'avevano scelta e che lei aveva scelto. Una sorta di dialogo, di reciprocità. Viveva con Lorenzo Terenzi, l'attore che ha sposato in ospedale il 15 luglio 2023, con un filo di voce e una bombola di ossigeno accanto, non per un romanticismo finto o iperbenista, ma per un atto politico chiarissimo: lasciargli diritti, reversibilità nonché la possibilità di assisterla legalmente. Sì, questo libro è anche una denuncia, un tassello fondamentale, una pietra per il futuro dei diritti.

Le chiamano libertà individuali, liberi di scegliere insomma. Viveva con amiche, affetti disordinati, una rete che nelle carte di uno Stato non esistono, ma nella vita quotidiana funzionava meglio di tante famiglie regolari. E da lì lancia la sua prima eresia, la sua prima provocazione: la famiglia non è natura. È cultura. Una questione non facile da comprendere e da affrontare. La famiglia tradizionale, quella che certa politica vorrebbe eterna e immutabile nel corso del tempo, è un'invenzione recente, e spesso è stata il primo luogo di violenza, di ricatto economico, di familismo amorale. Sì, è il luogo sicuro che diventa dubbio, perplessità, incertezza. Insomma, la famiglia intesa nel modello classico dovrebbe essere sorpassato secondo la Murgia. Quella che lei chiama queerness familiare non è una questione di orientamento sessuale. È una pratica della soglia, un modo di stare al mondo che non finge che le cose restino uguali per sempre, ma accetta che cambino e proprio per questo dura nel tempo La sua frase, che resta addosso come un marchio, dice tutto: «Dimmi che ami quello che di me cambia di continuo e io potrò continuare a darti quello che di me davvero non cambia, la voglia di sceglierti ogni giorno. Dare la vita, allora, non è partorire. È rinnovare una scelta, ogni mattina, quando sarebbe più facile andarsene.»

Una seconda provocazione, non meno diretta e chiara e della prima resta scomoda. Racconta di petto la gestazione per altri, quella che i giornali chiamano con disprezzo utero in affitto. Però, ancora una volta lei capovolge le cose. Se impedisci a una donna di decidere di portare avanti una gravidanza per un'altra persona, stai dicendo di nuovo che una donna è il suo utero. Lo stai sacralizzando al punto da renderlo intoccabile e togliendole, di fatto, l'autodeterminazione. Sì, l'autodeterminazione. Se una donna può dire non voglio essere madre, ed è stata questa la grande conquista femminista, deve poter dire anche voglio portare una gravidanza per un'altrə donna. Altrimenti non è tutela, è paternalismo e retorica. Lo Stato che torna a fare il padre, a gestire le scelte, a fare da moderatore di fronte a delle libertà di ciascuno di noi impedendoci di gestire la nostra vita. Murgia scrive a chiare lettere che se c'è povertà, se c'è bisogno economico, non c'è scelta ma coercizione. E allora a dover essere combattuta è la disuguaglianza, non il dibattito. Liquidare tutto con «è sempre sfruttamento» è pigrizia morale, è rifiutare di interrogarsi su cosa significhi davvero essere donna oltre la capacità di generare. È per questo che «Dare la vita» dà fastidio a tutti.

Dà fastidio alle politiche di destra che ha fatto della famiglia naturale un dogma identitario e una realtà da consolidare, perché dimostra che di naturale non c'è nulla. Dà fastidio a una parte della sinistra e di un certo femminismo essenzialista che ha trasformato l'utero in un totem da difendere. Michela Murgia dice l'opposto, il suo contrario: aprire gli affetti non riduce l'amore, lo amplifica, lo esalta. I legami d'anima non cancellano quelli di sangue, ma li amplificano. In Italia ci sono più di un milione di bambini che crescono in «modelli» familiari che la legge non riconosce. Figli di coppie omogenitoriali, di famiglie allargate, di reti queer. Sì, è un panorama che la Murgia ci invita a scoprire e affrontare come idea, come pensiero. Lei non chiede diritti, ma una forma nuova di ascolto. E lo ha chiesto fino all'ultimo respiro, sposando Lorenzo in un letto d'ospedale, lasciando un testamento che non è di beni ma di possibilità. «Dare la vita» non è costruire qualcosa che resti vivo anche quando tu non ci sei più, allora non abbiamo capito nulla di cosa significhi amare anche se molti di noi, come il sottoscritto, non condividono un'idea di questo tipo.

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