Sono passati poco più di cinquant'anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, ma la domanda che ci poniamo non è commemorativa. E' una domanda più profonda, non sicuramente celebrativa. E' una domanda che abbiamo smesso di farci omologati ormai dal sistema consumistico che ci divora. Essere o avere?
Non è «cosa resta di Pasolini», ma «perché Pasolini ci guarda ancora e noi non riusciamo a sostenerne lo sguardo.» La sua attualità non è culturale, è politica nel senso più profondo del termine: riguarda il modo in cui viviamo noi oggi, nella nostra confortevole modernità. Il primo punto di attualità è la sua profezia sul consumismo come nuovo fascismo. Già nel 1974, in un articolo per il Corriere della Sera intitolato «Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo», Pasolini scriveva che il vecchio fascismo delle adunate e dei manganelli era morto, finito, concluso, ma una nuova forma di quel regime si stava profilando all'orizzonte. Il nuovo fascismo sarebbe stato quello della società dei consumi, molto più totalitario perché non ti costringe, ti convince a operare in determinate condizione e proprio sul condizionamento ha le sue basi. Non ti dice cosa pensare, ti toglie la capacità di pensare diversamente perché omologa i desideri di ciascuno di noi rendendoci uguali gli uni agli altri. Oggi questa intuizione è sotto i nostri occhi. Basti pensare il nostro abbigliamento, i telefonini, le automobili, le scelte anche di tutti i giorni. Sì, non abbiamo più bisogno di censura, perché desideriamo tutti le stesse vacanze, le stesse scarpe, lo stesso corpo palestrato, la stessa casa arredata nello stesso stile. Pasolini chiamava questo «genocidio culturale»: la distruzione delle culture particolari come le forme dialettali, periferiche, in nome di un unico modello di vita borghese. Basta aprire i nostri social come Instagram o Facebook per cinque minuti capire così quanto Pasolini aveva intuito.
Secondo punto dell'attualità di Pasolini è aver compreso la mutazione dei giovani. In un altro articolo «Il vuoto del potere» del 1975 descrive i giovani come vittime di un'ansia e di un'aggressività senza precedenti, privati di ogni valore tradizionale ma senza averne acquisito uno nuovo. I cambiamenti sociali e culturali hanno squassato i modelli sociali precedenti. A ben pensarci questo rispecchia esattamente la Generazione Z di cui parlano i report sulla salute mentale e il benessere. Un'intera generazione che ha tutto e si sente vuota, che ha accesso a ogni informazione nell'immediato attraverso l'utilizzo della rete ma spesso non riesce a dare un senso all'esistenza, al proprio vivere. Pasolini non avrebbe dato la colpa ai giovani vittime di questo sistema perverso ma al mondo adulto, alla scuola incapace di far fronte a questo cambiamento di paradigma, alla televisione che propone modelli di vita e stili spesso irraggiungibili con tutti i suoi stereotipi,
Un ulteriore punto di attualità di questo pensatore è il più scomodo: l'attualità di Pasolini sta nella sua critica alla sinistra. Pasolini era comunista, ma di un comunismo eretico, pasoliniano appunto. Detestava il conformismo progressista, quella che oggi chiameremmo cultura woke di facciata, dell'immagine. In Lettere luterane immagina di parlare a un ragazzo, Gennariello, e gli dice di diffidare di chi parla sempre di diritti ma non parla mai di doveri, di chi è tollerante a parole ma intollerante verso chi non la pensa come lui. Pasolini, nella nostra attualità sarebbe stato indubbiamente massacrato per queste sue posizioni. Anche sull'aborto scrisse che era frutto di una logica consumistica che vede il figlio come un ostacolo al benessere. Sulla droga difese posizioni durissime, vedendola come strumento di controllo. No, Pasolini non era sicuramente politicamente corretto. Era politicamente vero. E oggi più che mai abbiamo disperatamente bisogno di voci politicamente vere, non corrette. Pasolini ci ricorda che scrivere è esporsi, mettersi in gioco, scrivere nero su bianco un'idea, una posizione, un modo di essere. Non è riempire una pagina, è metterci solo la faccia. I suoi Scritti corsari non sono articoli, sono atti di accusa contro se stesso e contro il mondo. Sicuramente Pasolini non ricercava consensi, non era interessato ai follower o ad altre diavolerie del genere. Era ed è una voce fuori dal coro. Rileggere Pasolini nel 2026 non significa trasformarlo in un profeta moderno, un modello o uno strumento di valutazione. Rileggere Pasolini significa usare le sue parole come uno specchio per capire meglio la nostra immagine. Sì, la nostra è una società che ha vinto la povertà materiale visto l'eccesso, il superfluo ma ha perso la ricchezza umana, la capacità critica, la capacità di valutare. Una società che ha tutto ma non ha niente, investita dai dogmi dell'avere, del possedere. Sì, Pasolini non ci dice cosa fare. Ci dice però che non possiamo continuare a far finta di non vedere la nostra condizione senza interrogarci a fondo. Questo pensiero, in un mondo perennemente distratto è già un atto rivoluzionario.
Anche Gaber, in un suo testo ci ricordava che stiamo diventando polli da allevamento, tutti uguali, omologati. Pensiamo di essere rivoluzionari in ogni nostro gesto ma non è una rivoluzione ma una più semplice e banale omologazione. Ma questo è un altro discorso. Pasolini è, e resta profondamente attuale anche nel 2026. Buona lettura.