Paola Mastrocola insegna lettere in un liceo scientifico di Torino. Ogni giorno vede lo stesso spettacolo: la stragrande maggioranza dei suoi alunni non sa scrivere in italiano, non legge abbastanza e adeguatamente, considera letteratura, storia e filosofia materie noiose, astruse, inutili. Anche le altre non se la passano bene. Tutte le discipline sono ormai superflue per loro. Quando prova a spiegare i grandi classici come Leopardi o Manzoni, qualcuno si appassiona, ma la maggioranza resta distante, lontana, incapace di studiare da sola persino sui testi. Non comprendono il collegamento fra quello studio e la pratica nella vita. Ai suoi occhi i ragazzi sono refrattari a tutto questo patrimonio che, almeno noi, consideriamo unico e speciale. Da qui la provocazione che dà il titolo al libro: siamo sicuri che debbano stare tutti a scuola? Siamo sicuri che per loro queste attività siano utili e produttive per il loro futuro? Forse sarebbe più onesto dare ai ragazzi la libertà di dire ai ragazzi «tolgo il disturbo, me ne vado, a me questa cosa non piace.» Mastracola non se la prende con gli studenti e il loro impegno. Se la prende con la sua generazione, quella degli adulti, dei genitori e dei professori nati tra gli anni Sessanta e Settanta. Secondo lei non è stato la generazione del Sessantotto, i movimenti studenteschi, l'emancipazione culturale a rovinare la scuola, come si dice spesso. Il vero spartiacque sono gli anni Ottanta, quando la borghesia ha smesso di credere nei suoi valori come il fare fatica pe raggiungere un obiettivo, il senso del dovere, la necessità di essere visti e meritevoli, l'ambizione quindi e anche la cultura umanistica e il suo valore, il tutto per inseguire il mito dei soldi, i modelli modaioli proposti dalla società di massa con l'obiettivo del raggiungimento di uno status symbol. Abbiamo cresciuto così i figli dicendo «devi prendere il diploma, devi laurearti per ottenere qualcosa nella vita», ma intanto abbiamo mostrato a loro che conta spesso apparire, avere l'ultimo telefono, parlare di gossip e di ultime tendenze. L'ignoranza che governava il Novecento con percentaule di analfabetismo stellare non è più una vergogna, lazi, a volte i personaggi della tv e i finti vip ne sono un esempio. La povertà invece sì è una vergogna. E' cambiato il paradigma, il ragionare e il senso comune. Così abbiamo creato ragazzi coccolati, compatiti, convinti di essere vittime, senza strumenti reali per crescere e combattere. La scuola, per tenerli tutti dentro e non escludere nessuno (eccesso di buonismo altamente dannoso), ha abbassato il livello. Tutto è diventato più facile, più leggero, più divertente. L'impegno e la fatica si sono azzerati in nome dell'inclusione. Il risultato è desolante. Chi vorrebbe studiare non può farlo perché disturbato e ostacolato da chi della scuola non frega nulla e chi è costretto a star lì non può vivere quei momenti con la spensieratezza di un giovane. L'idea di fondo è quella di restituire ai giovani la libertà di scegliere del propri futuro. Se uno non vuole studiare, può andare a lavorare o progressivamente fare altro, basta che non disturbi e non impedisca agli altri di fare ciò che gli interessa. Sarà poi la soluzione al problema? Forse solo così la cultura potrà tornare a essere una cosa seria e di valore, non un obbligo da sopportare?
Ogni inizio fa paura: insegnare a scrivere partendo dall'incipit
di Margherita Corradin