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Close-up of hands holding salt crystals from a shallow saline lake at sunset.
Racconto della community Racconto contemporaneo

«Il sale sulle dita»

7 settembre 2026
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Foto di Atlantic Ambience su Pexels

Nuccia ha tredici anni e le mani di una donna di quaranta. Vende braccialetti ai turisti sulla spiaggia di Mondello, a Palermo, per aiutare la nonna che l'ha cresciuta. Il sale, dopo dieci ore di mare, non se ne va più: resta sotto le unghie come una scrittura. Un mattino d'aprile, a spiaggia deserta, una donna sola le chiede come si chiama. Questo racconto è tratto da "La memoria del sale" di Angelo Nicola Giuliano (2026), tredici racconti sul Sud, il mare e ciò che il sale conserva.

Nessuno la chiamava più Nuccia, da quando la madre se n'era andata: era stata lei a chiamarla così, e adesso quel nome le marciva sotto la pelle. Per la nonna era picciridda. Per i compagni di scuola era la zingara, anche se zingara non era, e quella parola, ascoltata fra i banchi, le restava conficcata dentro per giorni.
Tredici anni con le mani di una donna di quarant'anni. Mani che quella sera contavano monete sul piano di plastica del tavolo di cucina: dita scottate dal sole, unghie tagliate male, un taglietto al pollice destro, da una chiusura di metallo. Sapevano quanto pesava una cassa di plastica piena di collane, sapevano misurare dieci ore di sabbia calda. E sapevano un'altra cosa: che il sale, dopo dieci ore di mare, non se ne va più davvero. Resta sotto le unghie, nelle pieghe, sul polso. Il sale si depositava addosso come una scrittura. Nuccia se lo leccava di nascosto, certe sere, per ricordare che giorno era stato. Le monete a volte se ne andavano in farmacia per la nonna, o in pane il giorno dopo. Il sale, no.
Il sorriso, le aveva detto la nonna, era gratis e valeva tutto. Se non sorridi, non ti comprano nemmeno l'aria.
Vivevano in due stanze sopra una pescheria, in un vicolo dove il sole arrivava di rado — a mezzogiorno, e per quindici minuti, come uno zio che si presenta all'improvviso. La nonna, Vincenza, aveva settantotto anni e le ossa le crepitavano come legna. A quarantadue era rimasta vedova, e aveva cresciuto due figli da sola. Il mare se n'era preso uno — il padre di Nuccia, troppo giovane per morire — e non aveva nemmeno reso il corpo. L'altro, lo zio Mimmo, si era sistemato in Germania, e mandava cartoline di Capodanno con una grafia che ogni anno si faceva più piccola.
La madre, invece: Nuccia aveva sei anni quando quella donna se n'era andata con un uomo, un'auto rossa, un orologio d'oro. La nonna non disse mai una parola su di lei. Solo, certe notti, Nuccia la sentiva pregare piano, e nella preghiera c'era una donna che accanto a nessuna Madonna non aveva diritto di stare.
La spiaggia di Mondello, d'estate, era un fracasso di carne e di voci. Nuccia si svegliava alle cinque, beveva il caffè d'orzo con la nonna in silenzio — un silenzio buono — e usciva con la scatoletta a tracolla. Braccialetti di filo intrecciato, cavigliere coi campanellini, elastici a forma di fiore. Comprati da un grossista cinese a Ballarò per un euro, due al massimo, e rivenduti il triplo ai tedeschi, che non sapevano contrattare e la fotografavano come una statua.
Aveva imparato presto a chi vendere e a chi no. Mai a un uomo solo. Le madri tiravano via i figli per il braccio: «Non guardare. Cammina.»
A settembre tornava la scuola, l'edificio giallo con le finestre che non chiudevano bene. Lì Nuccia diventava un'altra. Si faceva piccola come una vongola, e dentro il guscio teneva il cuore. Federica — capelli biondi, una madre che la accompagnava ogni mattina, di quelle che fanno la fila ai cancelli coi SUV neri — aveva deciso, il primo giorno di seconda media, che Nuccia era il suo passatempo.
Cominciava sempre uguale. «Oggi puzzi di pesce» — anche se Nuccia si era lavata tre volte. «Ancora le stesse scarpe?» — perché lei ne aveva due paia, una d'inverno e una d'estate. «Mia madre dice che tua madre faceva quella cosa... lo sai quale.» Le altre ridevano. Nuccia si piegava sul quaderno e grattava cerchietti minuscoli finché la carta non si bucava.
La nonna le leggeva tutto negli occhi, ma non faceva domande. Le metteva davanti un piatto di pasta con le sarde e diceva: «Mangia, picciridda, sei secca come un lucertolone.» E mentre Nuccia mangiava, le raccontava una storia. Sempre la stessa, in fondo, ma ogni volta con dettagli diversi: una bambina povera che diventava qualcosa di grande — una santa, una regina, una maestra. La nonna leggeva a malapena, ma raccontare lo sapeva fare. E in quelle storie arrivava sempre il momento in cui la ragazza capiva di valere qualcosa. «Capirai pure tu, picciridda. Un giorno. Uno di questi giorni.» Nuccia annuiva, ma col pensiero era già più avanti: no, nonna. Non capirò mai.
Quel mattino d'aprile la spiaggia era deserta. Il vento freddo entrava nei capelli bagnati di Nuccia e le strappava il sale dalle ciocche, e lei si chiedeva dove finiva — se il vento lo rendeva al mare, o se restava nell'aria sopra Mondello e ricadeva su qualcun altro senza che se ne accorgesse. La nonna aveva preso la bronchite a febbraio, e le medicine costavano. Forse Nuccia era uscita anche per quello. O solo perché stare a casa a pensarci era peggio.
C'era una signora seduta sul lungomare, sola. Un cappotto grigio, troppo elegante per l'aprile di Mondello, i capelli stretti in un fazzoletto annodato male. Nuccia si avvicinò con la scatoletta. «Signora, vuole un braccialetto? Glielo faccio per tre euro.»
La donna alzò gli occhi. Erano rossi, gonfi, di chi ha pianto per giorni in silenzio. Il suo sguardo si fermò un istante su Nuccia, breve ma gentile. Nuccia sentì la pancia torcersi, come quando l'ascensore scende troppo in fretta.
«Quanti anni hai?»
«Tredici.»
«Come ti chiami?»
E Nuccia, senza sapere perché, disse il nome vero, quello che non usava mai. «Antonella. Antonella Lipari.»
La donna chiuse gli occhi. Li tenne chiusi a lungo. Quando li riaprì, Nuccia vide una cosa che non sapeva nominare. La donna aprì il portafogli, tirò fuori le banconote che aveva, senza contarle, e gliele diede. Le sfiorò la guancia con la punta delle dita — il tocco più lieve che si possa immaginare — e si alzò in fretta e si avviò verso il parcheggio, dove un'auto la aspettava.
Nuccia rimase sulla sabbia coi soldi in mano.
Decise mentre attraversava il lungomare, e non ci tornò più sopra: alla nonna non l'avrebbe detto. Avrebbe nascosto i soldi in un libro di scuola, fra le pagine 144 e 145, dove c'era una poesia di Ungaretti che le piaceva — non perché la capisse, ma perché era corta.
A casa la nonna puliva le sarde. Nuccia entrò in punta di piedi, andò in camera, aprì il libro alle pagine giuste, infilò le banconote piegate in quattro, richiuse, rimise il libro sullo scaffale. Tornò in cucina, baciò la nonna sui capelli, si sedette.
«Picciridda, hai venduto?»
«Tre braccialetti. Nove euro.»
La nonna annuì. Continuò a pulire le sarde. Nuccia guardò le mani della nonna — quelle mani che avevano lavato pannolini, orlato gonne, chiuso gli occhi a un marito morto troppo presto — e adesso pulivano le sarde, piano. Sotto le unghie della nonna c'era il sale di sessantacinque anni di mare, strato su strato, e non se ne sarebbe andato più. Sotto le unghie di Nuccia c'era il sale di un giorno solo, ancora diverso. E si chiese, senza spavento, quanti giorni ci volevano perché diventasse uguale a quello della nonna.
«Mangia, picciridda.»
«Sì, nonna.»
Quella sera Nuccia non aprì il libro. Non ci pensò nemmeno. I soldi stavano lì, fra una poesia e l'altra di un uomo che aveva fatto la guerra — una cosa che c'era e basta, come il sale sotto le unghie, come le storie della nonna, come il padre che il mare non aveva reso. Una cosa da custodire senza usarla. Era tutto quello che la nonna aveva sempre voluto per lei; e per la prima volta in tredici anni, a Nuccia parve di averglielo dato.
L'indomani si svegliò prima dell'alba. In cucina la nonna preparava già il caffè d'orzo, piano. Si guardarono senza dire niente. Nuccia bevve, prese la scatoletta, uscì.
Le scarpe vecchie stringevano, il naso era troppo grande, i capelli crespi si gonfiavano attorno alle orecchie. Federica sarebbe tornata a settembre. La vita era ancora quella.
Si guardò le dita nella luce di un mattino siciliano di primavera: non prometteva niente, e pareva farlo lo stesso. Il sale c'era.

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Commenti 1

Gianmarco Dosselli
Povera ragazzina, vita segnata dall'abbandono della madre, ma che fortunatamente cambia durante un incontro casuale con una donna misteriosa. Giusto per la ragazzina avere una nuova consapevolezza interiore, accettando con rassegnata maturità la propria realtà e il legame inscindibile con la sua terra e la sua storia. Racconto fantastico, stratosferico. Complimenti all’autore.