La scuola non inizia al 15 settembre e forse non inizia con la campanella. Inizia molti giorni prima, quando in camera lo zaino nuovo resta aperto sul letto e sembra già troppo pieno. Noi genitori guardiamo la lista del materiale come i quaderni, i libri, le cartellette. i ragazzi guardano dentro di sé a quelle paure e a quella curiosità che da sempre ci accompagna davanti all'inizio di un nuovo anno scolastico. E quello che sentono è un groviglio di emozioni che spesso non sanno spiegare. Per noi il rientro è costo e incastri fra chi andrà a prenderlo, chi preparerà il pranzo e le mille coincidenze dei mezzi, nonché, le prime paura quando sono un pochino più piccoli (mio figlio quest'anno inizierà le scuole medie). Per loro è un mondo che cambia tutto in una volta. Secondo l'Osservatorio Nazionale Federconsumatori, quest'anno una prima media costa alle famiglie 1.235,21 euro e una prima superiore 1.478,75 euro tra corredo scolastico e libri di testo. Numeri enormi, che però per i ragazzi si traducono in altro. Si traducono nello sguardo sugli altri, nella paura di «non essere abbastanza», nella voglia di ricominciare e allo stesso tempo di restare ancora un po' in quell'estate non ancora conclusa. Il peso più grande non è quello dello zaino «ultimo modello.» È quello invisibile. È l'ansia da prestazione che torna la prima mattina, quando il corpo deve reimparare a stare seduto per ore e la mente a reggere verifiche, interrogazioni, ritmi stretti, compiti. Sì, è un esercizio però che li aiuterà per tutta la vita. Si chiama disciplina e disciplinarsi. È la sensazione di essere misurati di nuovo, dopo mesi in cui il valore era correre, giocare, annoiarsi. Molti ragazzi la vivono in silenzio, con mal di pancia, mal di testa, irritabilità o mille altri sintomi. Non è capriccio, è il corpo che dice che il cambiamento costa fatica e tanta anche in un mondo che corre velocemente. Poi c'è l'ansia sociale, forse la più forte. Rivedrò i miei amici? Sarò ancora nel gruppo? Troverò il mio posto nel banco, in mensa, nella chat? Per chi inizia la prima elementare tutto è nuovo e gigantesco, regole, spazi, distacchi da un mondo fatto principalmente di gioco. L'avventura è bellissima, ma la stanchezza del pomeriggio è reale, perché stare attenti tutto il giorno è un lavoro. Per chi entra in prima media o in prima superiore il salto è ancora più grande. Cambiano scuola, compagni, professori, a volte città con la paura delle coincidenze che tutti noi abbiamo sperimentato dove, proprio in questo tragitto ben presto si copiano compiti e si ripassa per le interrogazioni. Il corpo cambia, l'umore balla, il bisogno di autonomia si scontra con la paura di sbagliare e di non farcela. Fuori tutto si trasforma e dentro succede la stessa cosa. I ragazzi vivono il rientro anche come una questione di identità. Lo zaino, l'astuccio, il diario non sono solo oggetti. Sono un modo per dire chi sono, o chi vorrebbero essere, soprattutto nel periodo preadolescente e adolescente dove avviene quello che è lo sgancio con i modelli proposti dalla famiglia e l'aggancio sociale col gruppo dei pari. Scegliere quel colore, quella scritta, è un tentativo di raccontarsi quando le parole non bastano e il gesto diventa un modo per costruirsi un'identità, un ruolo, un'appartenenza. Quando diciamo ai nostri figli «è solo uno zaino e un vestito», per loro non lo è nel modo più assoluto. È proprio l'appartenenza, il bisogno di sentirsi parte di qualcosa, di non essere invisibili agli occhi della classe, degli amici, degli insegnanti. Connotarsi con caratteristiche uniche, specifiche. C'è poi un'altra emozione che gli adulti sottovalutano, la nostalgia anticipata. Già il due settembre molti ragazzi sentono la mancanza dell'estate che non è ancora finita del tutto, della libertà del pomeriggio lungo, del tempo senza sveglia. Non è pigrizia, ma il lutto di una stagione che finisce e cehe non tornerà mai più, proprio come quello che è accaduto a noi. Dovremmo ogni tanto ricordarci quello che abbiamo provato anche noi in certi momenti per provare a guardare i figli. E insieme alla nostalgia c'è la curiosità, una scintilla che non si spegne. La curiosità per il nuovo professore, per chi si siederà vicino, per cosa si imparerà quest'anno. Rientro è anche questo, voglia di scoprire, di capire se il percorso di studi è quello giusto oppure no. Noi genitori, presi dalla frenesia di ogni giorno, rischiamo di guardare solo la superficie. Chiediamo «hai preso tutto?» invece la domanda reale è «come ti senti a tornare a scuola?»
Controlliamo se c'è la penna blu o quella rossa, le gommo i il diario,, ma non se c'è la fiducia per affrontare i primi giorni. Eppure basterebbe poco per alleggerire quel peso invisibile. Riconoscere che tornare è faticoso, che è normale avere paura, che non bisogna essere entusiasti per forza. Dare un nome alle emozioni aiuta i ragazzi a non sentirsi sbagliati. Il rientro a scuola non è una gara a chi è più pronto o a chi ha lo zaino più nuovo. È un passaggio ( edi questi ne avremmo tanto bisogno per farli crescere), un rito che si ripete ogni anno ma che ogni anno è diverso, perché diversi sono i ragazzi che lo attraversano. I quaderni si riempiranno, lo zaino si romperà a novembre, la penna blu sparirà dopo due giorni. Quello che resta è come lo hanno vissuto dentro. Se una sera li vedi silenziosi davanti allo zaino aperto, non riempire subito quel silenzio con raccomandazioni. Resta lì. Chiedetegli come si sentono davvero, senza fretta di aggiustare o di dover spiegare qualcosa. A volte basta sentirsi visti per far sì che quello zaino, che sembrava pesantissimo, diventi improvvisamente più leggero, pronto per essere portato sulle spalle con un po' più di coraggio, sicurezza e voglia di futuro. Si chiama condivisione e non è poco.