Francesco Guccini è morto. Sì, pochi giorni fa ci ha lasciato uno dei cantautori che ha saputo musicare il Novecento con una classe indiscussa. Ho avuto il piacere di assistere a un suo concerto circa vent'anni fa, credo a Brescia. Di quella sera il ricordo che ho è un qualcosa che mi accompagnerà per tutta la vita. Ho davanti a me l'immagine di una persona che sale sul palco, una persona semplice, umana, come tanti. Nessun fasto, nessun effetto speciale ad accompagnarlo. Non è arrivato nemmeno con un elicottero o su una grande auto, nulla di tutto questo.
Dal punto di vista artistico credo che Guccini non fosse un musicista, ma un poeta prestato alla musica, come lo era, per molti versi anche De André. Credo che ha saputo essere artista senza mai snaturarsi come persona, musicando ciò che gli stava più a cuore e che lo teneva in vita. Zero effetti speciali insomma, zero lustrini nella sua carriera. Con Guccini muore un modo di fare musica, un modo di raccontare la poesia, un modo di essere, un modo di raccontare il mondo e la vita. Quello che mi piace è che ancora oggi molti giovani lo conoscono, lo cantano, nonostante non fosse della loro generazione. In fondo è vero, ci sono canzoni del poeta Guccini che sono intramontabili e qui non mi sento di dirne una su altre perché tutte hanno un significato profondo, intimo. Se dovessi accostarlo a un autore penso che Verga sia quello più vicino, quello che raccontava la storia degli ultimi, delle persone disperse su questa Terra, delle ingiustizie e delle disuguaglianze. Sì, forse Guccini era un poeta neorealista. Non c'è dubbio: con lui si spegne una stella che spetta a noi, tutti noi, tenere accesa. Ciao Francesco.