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Racconto della community Racconto contemporaneo

«Gerundio»

24 agosto 2026
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Foto di jonathan emili su Pexels

Tu amavi il gerundio. Nei tuoi studi universitari di linguistica mi parlavi di questa forma del verbo e spiegavi che quello era il tuo tempo preferito, poiché fotografa il movimento, «è il tempo dell'azione che diventa tensione» dicevi. Ma è anche il tempo dell'attesa della fine, che pure non arriva, è un verbo che prelude alla fine ma che tuttavia non ha una fine, non racconta come farebbe un passato remoto, non ci dà certezze come un tempo presente, non ci offre speranze come un futuro; il gerundio è il tempo dell'equilibrio precario, è la breve pausa della gioia, della felicità, è lo spazio tra l'alfa e l'omega. In fondo, è l'intera vita a essere racchiusa dentro un gerundio: vivendo.
Era sulla 'fine', però, che avevamo idee differenti. Per me la fine non era il terrore della morte, ma il compimento della lotta per una società di liberi e uguali. Tu, invece, eri rimasta affascinata dal monologo che Gassman recita in “Quintet”, il film di Altman dove interpreta un personaggio chiamato St. Cristopher che, invece di predicare la resurrezione e il Regno eterno, annuncia il Nulla: «Le vostre miserabili esistenze, di fatto, sono supremamente allegre... Dovete avere cara la vostra vita atroce, poiché essa è una pausa, una interruzione del vuoto che la precede e del vuoto che la segue».
Il film era uscito da poco, che anno poteva essere? Forse il millenovecentosettantanove. In Nicaragua i sandinisti avevano cacciato il dittatore Somoza e la Chiesa dei poveri avanzava ovunque. Le parole di St. Cristopher erano per me terribili, e non per la blasfemia di attribuirle, in un futuro distopico, a un predicatore col nome di un santo importante, ma perché annullavano la fiducia nel futuro, riducevano l'umanità a una moltitudine di individui disperati, rendevano vano il senso della comunità, cancellavano di colpo la speranza e la fede, la rivoluzione cristiana e quella marxista, l'ottimismo della ragione e l'affidamento alla responsabilità individuale e collettiva. Erano un concentrato di pessimismo e di individualismo.
Per te, al contrario, erano fonte di energia, nella tua forsennata e convulsa voglia di vivere dicevi che neanche un minuto, neanche un solo secondo può essere perso o sacrificato all'altare di dei o ideologie che disegnano utopie e futuri, immancabilmente felici e immancabilmente lontani. Tu aborrivi frasi come “sacrifichiamoci per le generazioni a venire”. Litigavi con me, che sostenevo la priorità del bene comune su ogni altra cosa, perché, ripetevi, l'unico bene eri tu e io avrei dovuto voler bene a te sola.
Quando partii, non potevo sapere quanto fosse lontana da me la mia vita attuale. L'avevo immaginata in un altro modo, la comunità che guarda verso il bene comune, ciascuno col suo compito, ciascuno col suo dono. Avevo combattuto per mesi una battaglia interiore fra il richiamo del mondo, l'impegno militante, e la scelta di entrare in una comunità separata, lontana dagli occhi del secolo, ma capace essa stessa di diventare un modello per il mondo. Mi sentivo portato per la riflessione, per la Parola che avrebbe salvato l'umanità, per il lavoro in piccole fratellanze e volevo dimostrare che la Città di Utopia esiste: io ci avrei vissuto.
Quando arrivai davanti alla Grande Chartreuse mi sentii commosso e finalmente vittorioso. Oggi, sono propenso a definire il mio un peccato di presunzione. Potrei giustificarmi dicendo che a poco più di vent'anni si è sempre presuntuosi. In realtà quella presunzione mi accompagnò a lungo.
Non pensare che t'abbia cancellato. Tu non sai, Annalisa, non puoi immaginare quanto t'abbia vagheggiato, immaginato, disegnato nella mente. In solitudine, ti pensavo, e durante le poche ore dello spaziamento, ti pensavo. Non erano pensieri che sollecitavano il mio fisico di giovane uomo, bensì entravano nei polmoni togliendomi il respiro, accecavano i miei occhi tanto da doverli chiudere, piegavano le mie mani così forte che le dita restavano intrecciate fra loro.
Peccai, lo so, ma ormai non provo più ad arginare questo genere di errore. Oggi, trent'anni dopo, non rimane che il peccato a farmi sentire davvero vicino a te. Non ho tracce da cercare, non ho una tua lettera, non ho tue fotografie, non ho nulla di te se non il ricordo. Non vorrei privarmi del piacere di immaginarti. Ti chiederai perché non sono tornato a cercarti, io non saprei cosa rispondere se non che avrei avuto terrore di ammettere il mio fallimento. Tornare da te, avrebbe voluto dire che per il mondo non c'è speranza. Ti ho sacrificata per la mia paura.
È suonata la Prima. Debbo prepararmi alla lectio divina. Ti saluta Cristoforo, questo è oggi il mio nome di indegno servo di Dio, monaco nel millennio terzo dalla nascita di Nostro Signore.

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