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«Angelina»
racconti

«Angelina»

22 giugno 2026
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Una narrazione toccante che evoca i mille ricordi di una donna, dalla sua giovinezza all'età adulta. Una ricostruzione di vita di un periodo che attraversa l'intero fascismo, la Seconda Guerra Mondiale e anche il miracolo economico. Una vita intensa, fra le difficoltà e la speranza, la sofferenza e le piccole gioie. Un raccondo dal sapore dolceamaro che la nostra Sara Gusmini ha voluto presentarci.

Ho tanto amato ma tanto ho perduto e questa è la mia storia.

Sono nata nel 1924, l’ultima di cinque figli, tutti maschi tranne me. Ho imparato presto a stare al mio posto, i bambini, ma soprattutto le bambine, si devono vedere ma non si devono sentire, dicevano. Dell’infanzia non ricordo molto: il fuoco della stufa bianca in cucina non bastava mai a scaldarci d’inverno; il cibo era poco perché non avevamo la fortuna di abitare in cascina. Ho frequentato la scuola per tre anni solamente perché i miei fratelli dovevano studiare, ma le femmine dovevano imparare le faccende domestiche e stare a casa. A me piaceva tanto scrivere e non ho mai smesso. Mi facevano tutti i complimenti per la mia calligrafia e anche oggi, che sono in casa di riposo, mi piace scrivere i biglietti di Natale che poi vengono venduti per beneficenza. Anche leggere mi piaceva molto. Con la mamma andavo al fosso a lavare ed era sempre un supplizio sia per il freddo che per i rimbotti. Avevo sempre la sensazione di non piacerle poi molto, di darle fastidio. Di mio padre non ricordo quasi niente, come se non fosse mai esistito, almeno per me.

A dodici anni, senza chiedermi il permesso, mia mamma e mio fratello Carlo mi hanno spinto su un treno per Milano: non erano molti i treni allora, non ne avevo mai visto uno, men che meno preso. I miei genitori volevano che imparassi un mestiere e quindi mi mandavano da mia zia, la sorella di mia mamma, a imparare a fare la sarta. La zia la ricordavo a malapena, se non ci fosse stata la mamma non l’avrei certo riconosciuta.

Il primo viaggio in tram lo ricordo bene: i sedili erano in legno lucido e io, abituata alle sedie di paglia e ai banchi scomodi della chiesa, non riuscivo a smettere di accarezzarlo. Non ho preso il tram molto spesso dopo, la zia mi faceva camminare molto nelle nostre commissioni. La casa in cui avrei abitato era al terzo piano ed erano solo quattro stanze aƯacciate su un corridoio. All’inizio pensavo che la zia avesse un intero palazzo e quando l’ho detto mio fratello Carlo mi ha preso in giro, mentre mamma ha commentato su quanto fossi stupida.

I primi anni a Milano sono stati belli, anche se la zia non era molto affettuosa con me. I momenti migliori erano i pranzi e le cene: mi ha insegnato a cucinare il risotto, l’osso buco e la minestra di zucca con il latte e si chiacchierava molto mentre si era in cucina. Non ce lo potevamo permettere sempre, ma ogni tanto la carne si riusciva a metterla in tavola. Mia zia teneva tanto all’apparenza più che alla sostanza: per lei cura significativa bellezza. Non esistevano il servizio bello o il servizio brutto o la tovaglia di tutti i giorni e quella della festa. Doveva essere sempre tutto perfetto. Ci teneva che imparassi ad apparecchiare bene perché “anche l’occhio vuole la sua parte”. La stessa cura la metteva nella sua persona: guai ad uscire con un capello fuori posto! Anche se i vestiti erano semplici dovevano essere “in ordine”.

Lavoravo tanto, ma ero bravina. Ho imparato ad attaccare i bottoni, a fare gli orli e con il tempo anche le cuciture più complicate. Per tagliare la stoƯa seguendo i cartamodelli serve pratica, ma non puoi essere una sarta se non lo sai fare. Io non ho mai imparato perché è iniziata la guerra e su Milano cadevano le bombe. I miei fratelli sono andati a soldato, come si diceva allora, e Carlo non è mai tornato. Disperso in Russia. Io avevo paura, ci rifugiavamo in cantina. Il nostro palazzo non è mai stato bombardato ma mi hanno fatta tornare a casa in fretta e furia.

Quando la guerra è finita il mondo non era più come lo conoscevo prima: erano morti tanti ragazzi della mia età o poco più grandi, oltre a mio fratello avevo perso dei cugini e qualche amica, che si è trovata al momento sbagliato nel posto sbagliato. Io ormai avevo passato i vent’anni: mi piaceva andare a sentire la banda e a ballare alle feste del paese. E’ li che ho conosciuto Gino. Lui suonava nella banda e suonava anche la fisarmonica. Era stato soldato in Africa ed era tornato a casa in aeroplano. Mi stava simpatico Gino, aveva occhi buoni e un bel sorriso, anche se era più grande di me di dieci anni. Lavorava il legno, costruiva mobili ad intarsio. Mi ha chiesto di sposarmi dopo la processione dei santi Pietro e Paolo per la sagra. Non c’erano anelli allora e Gino era un uomo pratico, senza troppi fronzoli. Ci siamo sposati in chiesa, a giugno, un anno dopo. Faceva caldo, ma non il caldo che puoi pensare ora. Il mio vestito era semplice, ma mi sentivo una signora. Lo amavo Gino, a modo mio. Abitavamo in un palazzo, come la zia di Milano, in una via in centro a Treviglio, via Portaluppi. Dopo un anno, ero già in attesa del mio primo figlio. Giancarlo, è nato a settembre, prendendo il mondo per la via sbagliata: ha messo avanti i piedi e mi ha quasi mandata all’altro mondo. Il nome non penso di dovertelo spiegare, avrei voluto chiamarlo Carlo, come mio fratello, ma di Carlo con il cognome di tuo nonno ce ne erano almeno dieci in famiglia e così ho aggiunto “Gian”. Mi sentivo sola, questo me lo ricordo bene. Gino era sempre al lavoro e mia mamma non mi aveva mai considerata nemmeno prima. Veniva a vedere il bambino, criticava (per come lo avevo fasciato, per come lo avevo vestito, per come lo tenessi o anche solo per come respirassi). I miei fratelli non hanno mai avuto un vero rapporto con me e comunque i figli sono faccende da donne. Ogni tanto riuscivo a parlare con la vicina, Adelina, ma lei aveva tre figli e nessun marito e tempo per aiutare me non ne aveva di certo.

Eravamo all’inizio degli anni ’50, Giancarlo aveva tre anni e cresceva sano, cosa non proprio scontata a quei tempi. Gino ha deciso di aprire la sua attività e abbiamo comprato una vecchia cascina che si poteva trasformare in un appartamento per noi, un laboratorio e persino una vetrina. Io pensavo che avendo una propria attività avrebbe avuto più tempo per noi. La nuova casa era fuori paese, giusto a metà tra Treviglio e Calvenzano. Avrei dovuto prendere sempre la bicicletta perché allora le donne non facevano la patente, ma avremmo avuto un orto. Ricordavo ancora troppo bene la fame patita in guerra e mi sembrava di avere un tesoro tra le mani.

Appena trasferiti, neanche il tempo di capire come organizzarmi, ho scoperto di aspettare un altro bambino. La gravidanza è stata facile e anche il parto è andato liscio come l’olio: è nata una bambina che ho chiamato Tarsilla come la zia di Milano che mi aveva accolta, anche se per poco. Una femmina: l’avrei cresciuta forte e indipendente, l’avrei aiutata a far sentire la sua voce. Le avrei insegnato cosa significa essere amate. Durante i primi mesi ho cucito per lei dei bellissimi vestiti con gli scampoli di stoƯa che trovavo a poco prezzo. Gino era buono con me ma non mi dava molti soldi per la spesa, figurarsi per oggetti venali come i vestiti. Lui cercava di spiegarmi, ma io non capivo perché la sua ditta avesse sempre la precedenza. L’unico lusso che mi era concesso erano i fotoromanzi.

Quando Tarsilla aveva nove mesi all’improvviso ha cominciato ad avere la febbre. Pensavo ad una cosa da bambini, banale, che sarebbe passata, ma non è successo. E’ peggiorata sempre più, non riusciva a mangiare, non riusciva nemmeno a stare sveglia, tossiva sempre: il medico ha diagnosticato una bronchite, ma probabilmente era una polmonite. Non c’erano le cure che ci sono oggi, forse con un antibiotico si sarebbe salvata la mia bambina ma non è andata così. L’unica foto che ho è quella che vedi anche tu sul mio comodino, da morta. Era la mia gioia ed è stato il mio primo grande lutto e la prima vera grande frattura con Gino.

Era dispiaciuto ovviamente, credo che in segreto abbia anche pianto forse, ma non ha mai capito fino in fondo il mio dolore. Ci siamo allontanati: lui lavorava, io badavo alla casa e al mio bambino, ma un dialogo vero non c’era più. C’era mai stato? Era amore questo? Io sognavo la passione dei fotoromanzi e invece mi trovavo ad avere a che fare con un orso che a stento mugugnava. Era sempre nervoso, anche con Giancarlo: lo rimproverava sempre e addirittura è arrivato a schiaƯeggiarlo per una stupidaggine. Non lo riconoscevo più. Ora so che era il suo modo per stare male e che si buttava nel lavoro per non pensare come io mi buttavo nella fantasia.

Ho avuto un altro figlio, tre anni dopo: un maschio, Luciano. Quando aveva circa due anni ero al fosso a lavare e lui era con me. Mi sono girata un secondo e non l’ho più visto. L’ho chiamato ma dopo una frazione di secondo un bagliore rosso nell’acqua mi ha spiegato tutto: era caduto nel fosse. Ho urlato come credo di non aver mai fatto in vita mia, Gino è uscito dall’oƯicina ma ormai non lo vedevo più, il mio Luciano. Dopo dieci minuti che mi sono sembrate dieci ore la mia vicina, Rita, è venuta a chiamarmi. “Angelina, vieni subito, abbiamo preso Luciano dal fosso, piange ma sta bene”. Il Signore lo sapeva che non potevo sopportare la perdita di un altro

figlio.

Gli anni sono passati così, tra alti e bassi, sempre a contare il centesimo, con il mio orso e i miei due figli. Andavo in paese in bicicletta, facevo qualche lavoretto da sarta, Gino mi ha persino aƯidato un po’ di contabilità: andavo in banca o in posta per lui e ormai mi conoscevano tutti e mi rispettavano. Quando Giancarlo ha compiuto 14 anni ha deciso di fare il liceo classico. Era un sacrificio per noi, far studiare un figlio, ma Gino stranamente non si è opposto. Luciano aveva solo 10 anni ma era già interessato al mestiere del suo papà e passava nel laboratorio quasi tutti i pomeriggi. Presto ho cominciato a capire che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Giancarlo non mangiava e dimagriva sempre più, spesso non beveva nemmeno. Sembrava avesse paura del cibo. Il medico gli ha dato un ricostituente, ma non è servito proprio a un bel niente. Ogni volta a tavola iniziava a scansare il cibo, a dire che era sporco, che lo avrebbe fatto ammalare, che lo stavo avvelenando e buttata tutto all’aria. Me lo hanno ricoverato in manicomio, a Bergamo. Era il 1965 e la legge Basaglia era ancora lontana. Lo hanno dimesso dopo due anni, ma doveva tornare lì per le terapie: erano molto diverse da quelle che ci sono oggi e da quelle che fatto Giancarlo per tutto il corso della sua vita. Principalmente cercavano di curare le sue manie con dei farmaci che davano molti eƯetti collaterali e incontrava quello che per me era il dottore della testa. Credo fosse uno psichiatra, in realtà.

Ripresi gli studi ha preferito cambiare scuola ed è andato alla ragioneria. Era intelligente il mio Giancarlo, ha fatto due anni in uno per recuperare e agli inizi degli anni ’70 è stato assunto in Same. Dopo pochi anni ha conosciuto Stefania, che sarebbe diventata sua moglie. Giocavano insieme a scala quaranta durante gli scioperi e non hanno più smesso. Stefania sapeva della malattia e del ricovero e l’ha accettato.

Mancava solo un mese alle nozze, previste per il mese di luglio. Era il 1978. Luciano ormai lavorava a tempo pieno con Gino, ma aveva avuto il sabato libero per andare con i suoi amici in montagna. La mattina è partito con il casco nuovo, non è più tornato. All’ora di pranzo i suoi amici si sono fermati a riposare, ma lui voleva assolutamente proseguire. Dopo due ore non era ancora tornato, dopo tre ore hanno dato l’allarme. Una slavina si era staccata dal monte e lo aveva lasciato ormai senza vita, con il casco spezzato, sul fondo di un dirupo. E’ venuta la polizia a dirmelo e sono svenuta. Ricordo il funerale come se fosse successo a qualcun’altra, ero in un sogno o forse sarebbe meglio dire in un incubo. Ogni anno da allora, il 24 giugno, faccio dire una messa per lui: all’inizio andavamo al cimitero, con tutti i parenti, ora che sono vecchia la faccio dire qui, in casa di riposo.

Luciano era la mia luce.

Il destino ha voluto che in fretta e furia, a settembre di quello stesso anno, si sia dovuto organizzare di nuovo il matrimonio di Giancarlo: un’altra anima, mia nipote, era già in viaggio.

Ho cinquantaquattro anni, ho una nipote e ho perso due figli.

La mia mezza età non merita molto spazio in questo racconto. Gino è andato in pensione a 70 anni, ha venduto l’impresa e ci siamo trasferiti in paese, il paese della mia infanzia. Da quando è andato in pensione è cambiato: non guarda più ai soldi e anzi, potrei quasi dire che mi vizia. Mi ha comprato la pelliccia e anche qualche gioiello. Andiamo più d’accordo e forse parliamo anche di più. Mia nipote mi dice che sono elegante: io non mi ci sento, forse mi è rimasto addosso qualcosa di Milano, quell’aria di città che mi rende un po’ diversa anche dalle mie parenti.

Ho capito due cose su mio marito, prima di perderlo. Si buttava nel lavoro per superare il dolore perché se è vero che alle femmine veniva insegnato ad essere invisibili è altrettanto vero che ai maschi veniva insegnato che avere sentimenti è da femmine e che le emozioni vanno seppellite molto in fondo. La seconda cosa è che nessuno dei due ha mai capito l’amore dell’altro: io avevo bisogno di passione, di intensità, di considerazione. Gino aveva bisogno di cura, fisica ed emotiva.

Quando avevo ottant’anni, appena prima che fosse trasferito in casa di riposo, me l’ha proprio detto: “Angelina, mi hai mai voluto bene te?”. Mi sono messa a piangere: “certo che ti ho voluto bene Gino e te ne voglio ancora”. Gino non aveva capito che se da mia mamma non avevo imparato a voler bene, da mia zia avevo imparato che la cura è la bellezza che si mette nelle cose. Il mio apparecchiare la tavola sempre per bene, tenermi in ordine, tenere in ordine la casa e i figli era un’espressione d’amore ben poco compresa.

Sono andata a trovarlo tutto i giorni per 3 anni, poi in casa di riposo ho voluto andare anche io. La vita stava per darmi l’ultima sferzata: prima che morisse Gino, anche il mio ultimo figlio è morto di malattia. Adesso ho 96 anni e sono stanca: prego ogni giorno che il Signore mi chiami. Mi sento un peso per mia nipote e per i suoi figli, i miei bisnipoti, che vengono a trovare ogni settimana una vecchia come me. Chissà chi incontrerò per primo. Io non so scegliere: Tarsilla era la mia bambina, Luciano la mia luce, Giancarlo il buio profondo che ti avvolge come una coperta e Gino il mio amore, anche se non mi ha mai creduto. Nessuno, dopotutto, mi ha insegnato ad amare, l’ho imparato da me.

Commenti 1

Renza Lolli
Meravigliosa storia di vita. Mi sono commossa 💕❤️‍🩹